Ci eravamo abituati all’eterna agonia del governo dell’Unione, ai suo ricatti impotenti e alle sue alchimie sterili. Adesso, non si può negare che in questa campagna elettorale i nodi stiano arrivando allegramente al pettine.
La formuletta bipartisan che Veltroni sta mettendo in pratica per tentare di raggiungere il Pdl di Berlusconi [Raggiungerlo? Sì, anche quello «Si può fare»] si dispiega giorno dopo giorno. Ultimamente, il leader della destra pare uno di quei ciclisti che partono in volata troppo presto. Il pubblico che ha trovato parcheggio nei primi chilometri della tappa, prima della scalata, applaude il settantaduenne di Arcore, ma c’è un Nuovo che avanza che si prepara ad arrampicarsi lungo le vette che portano al voto del 13 e 14 aprile. L’inseguitore Veltroni si sforza di pedalare in nome di un [presunto] interesse generale. «Si può fare». Candidare contemporaneamente l’ex presidente dei giovani di Confindustria, Matteo Colaninno, e l’operaio superstite dal massacro della ThyssenKrupp, Antonio Boccuzzi? «Si può fare». Piazzare capolista in Calabria il superprefetto antimafia Luigi De Sena, mentre molti dei baroni del partito sono indagati per corruzione. «Si può fare».
Di fronte alla retorica veltroniana il precario che chiede un reddito, il vicentino che vuole fermare la base o il valsusino che ha fermato la Tav sono espressione di interessi “particolari” contro un presunto interesse nazionale. Ma non c’è bisogno di scomodare il pensiero critico degli ultimi trent’anni per dimostrare che dietro ogni pretesa di universalismo c’è sempre una qualche forma di imposizione.






