Non c’era bisogno delle 33 pagine [«compreso il frontespizio e dattiloscritte a grandi caratteri», precisa la Repubblica per sottolinearne la snellezza] del programma del Pd, per capire da che parte pende Veltroni. Ogni giorno il segretario del neopartito invade le televisioni, senza bisogno di possederne alcuna, con le sue vetero-ricette, la cui sostanza è riassumibile in una sola parola, «crescita». Per questo bisogna ridurre le tasse, far dimagrire il «pubblico? in ogni sua forma, privatizzare, concedere di più ai salari [ma senza turbare le imprese], perché il luogo comune dice che così si sollecitano i consumi, ma allo stesso tempo allargare la «flessibilità» [cioè la precarietà, cioè i redditi bassi e irregolari]. Roba vecchissima, che risale a trent’anni fa, quando Margareth Thatcher era una assoluta novità. Non è su questo che si giudica un giocatore, come dice la canzone di Francesco De Gregori, per lo meno se il gioco è quello elettorale. Lì contano gli annunci e le facce, la campagna pubblicitaria in senso stretto. Immagine. Agile e «fresca», che sta in effetti sottraendo a Berlusconi al sua carta più forte: l’essere «nuovo».
La sostanza di quel che Veltroni va proponendo è nella frase con cui boccia il Ponte sullo Stretto: «Con quei soldi potremmo finanziare i collegamenti di alta velocità ferroviaria nel Mezzogiorno, che migliorerebbero la qualità della vita dei cittadini e permetterebbero alle imprese di insediarsi meglio con uno scambio veloce delle merci con l’Europa». Quali soldi? Non ci sono soldi, per il Ponte, ma la promessa di enormi finanziamenti pubblici. Come non ci sono soldi per la Tav, a meno di sottrarli a qualcos’altro. E a che serve la «velocità» dei treni passeggeri, alle imprese nel sud? E se si spende per la Tav, come si potranno rifare le ferrovie normali? La ragione elettorale non conosce la ragionevolezza sociale.
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