Anche tra le monete emerge un mondo multipolare. Ecco perché il dollaro, la moneta imperiale, è destinato ad una lunga, lenta e inesorabile agonia. Ed ecco perché è inutile che gli Stati uniti per allontanare lo spettro della crisi, usino i muscoli e la spesa militare per proteggere il loro stile di vita, la loro supremazia e il loro modello economico. Insomma, le basi militari in giro per il pianeta sono un investimento inutile, oltre che dannoso. Pubblichiamo qui di seguito un ampio articolo di Tonino Perna trattom da Carta n°45 [15-21 dicembre] del 2007. Sul Carta n°6 di quest'anno invece è possibile leggere IperCarta dedicato al denaro con un articolo di Anya Kamenetz, candidata al premio Pulitzer e autrice del libro Generation debt. De ruolo delle carte di credito invece parla Loretta Napoleoni, che ha scritto un libro intitolato Economia canaglia. Ancora un articolo di Tonino Perna spiega come mai la Calabria, regione più povera d'Italia, risenta della crisi economica meno di altre zone del paese.
Fino alla fine, fino all’ultimo istante, la morte degli imperatori o dei dittatori è stata nascosta al popolo. è una costante nella storia, in ogni luogo e tempo. Fino all’ultimo, i medici, gli stregoni, gli aruspici, hanno il compito di tranquillizzare il popolo, di non creare panico e disordini. Soprattutto hanno il terrore di un vuoto di potere. Più lo stato di salute dell’imperatore/dittatore si aggrava, più vengono diffusi messaggi tranquillizzanti per il popolo. Questo è un cliché che si è ripetuto più volte, nel corso della storia umana. E si sta ripetendo sotto i nostri occhi, con gli stessi riti, con le stesse pietose ed interessate bugie. Solo che questa volta non si tratta di un semplice imperatore, ma di un dio in terra che ha governato il mondo per oltre sessant’anni, che ha causato guerre e stragi, che ha deciso e distribuito ricchezze e povertà, nel cui nome si sono spese enormi energie umane e naturali, e il cui prestigio nessuno osava mettere in discussione fino a poco tempo fa. Stiamo parlando del dio-dollaro e della sua lenta, inarrestabile, agonia.
Naturalmente, anche questa volta troverete molti bravi moderni sacerdoti che vi diranno che si tratta di una caduta temporanea, di una fase ciclica, come era accaduto altre volte. Basta leggere quanto scrivono in questi giorni noti economisti ed esperti finanziari sulle principali testate del mondo. Nessuno ha il coraggio di dire: il dollaro sta morendo, non sarà più la moneta di riserva globale, l’alfa e l’omega dell’economia-mondo. Che un evento epocale cambierà gli equilibri geopolitici, i rapporti di forza tra gli Usa, l’occidente e gli altri paesi del mondo. Ed è una svolta che merita di essere spiegata e compresa prima che rintuonino le campane a morto.
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Che non si tratti di una semplice crisi congiunturale ce lo dicono diversi indicatori. Innanzitutto il debito estero degli Usa, che si è andato accumulando dalla fine degli anni settanta del secolo scorso, è diventato insostenibile: quasi 2000 miliardi di dollari. Per oltre trent’anni lo standard di vita del popolo americano è stato garantito dal resto del mondo, soprattutto dai paesi con una bilancia commerciale positiva: prima la Germania e il Giappone, poi i paesi arabi, e si è aggiunta oggi la Cina. La massa dei dollari che uscivano ogni anno per compensare il deficit commerciale statunitense rientravano grazie ai flussi di capitali in dollari investiti nell’economia americana [soprattutto anni ottanta] o diretti verso la Borsa di Wall Street. Per oltre trent’anni c’è stato un tacito patto, sottoscritto dai paesi più ricchi.
Il popolo statunitense ha goduto di un tenore di vita che si stima nettamente superiore [oggi di almeno un 30 per cento] a quello che la sua economia produceva realmente, mentre le potenze industriali emergenti trovavano nel nord America il più grande mercato del mondo per lo sbocco delle loro merci. Per questo si è parlato per tanto tempo di «locomotiva americana», nel senso che quando tirava il mercato Usa erano tutti i paesi occidentali e le potenze emergenti a trarne vantaggio. Ma era una locomotiva drogata, il cui motore era la Borsa e la cui temperatura era misurata dall’indice Dow Jones: quando saliva aspirava come un’idrovora capitali da tutto il mondo, quando cadeva il mondo finanziario era colto dal panico. Si parlava e si parla in questi casi di scoppio della «bolla» speculativa. Ma al crollo dei titoli di Borsa in tutto il mondo seguiva una nuova iniezione di liquidità e di fiducia, che faceva riprendere il meccanismo. Questa crescita dei titoli di Borsa, che sembrava irresistibile, ha portato alcuni economisti a parlare di un modello sociale in cui «il denaro produce denaro», saltando i vincoli dell’economia reale. A questa tesi altri studiosi, di matrice marxista, hanno opposto che non è possibile immaginare una crescita infinita dell’accumulazione capitalistica, e quindi dei profitti, che non abbia una base reale di prelievo del plusvalore. Quanto sta accadendo in questi ultimi mesi – la crisi dei mutui subprime – dà ragione a questo approccio: il sistema finanziario, anche quello più sofisticato, non può crescere su se stesso se l’economia reale va male, se le famiglie, sempre più impoverite, non ce la fanno a pagare le rate del mutuo per la casa. Così come il dollaro può essere mantenuto artificialmente in vita con il ricorso ad iniezioni di liquidità, commesse per l’apparato militare-industriale, la complicità dei grandi capitali. Ma alla fine anche per lui arriva l’ora della verità. La prima scossa finanziaria, un vero terremoto di grande potenza, arrivò il 19 ottobre del 1987: l’indice Dow Jones perse il 22,6 per cento in sole 24 ore, superando quello che successe nel famoso 1929.
Poco più di dieci anni dopo, nell’ottobre del 1998, si registrò un’altra scossa che, partendo dall’area delle cosiddette «tigri asiatiche», si diffuse tra tutte le borse del mondo, diffondendo il panico e la paura di un crollo verticale. Ma, grazie ancora una volta a potenti iniezioni di liquidità da parte della «mano pubblica», che entra in gioco quando quella «invisibile» non fa più i miracoli di smithiana memoria, il sistema finanziario internazionale si riprese in poco tempo, anche se gli effetti, sull’economia reale dei paesi asiatici, e soprattutto sui lavoratori, si fece sentire per un lungo periodo. Ma il sentiero della crescita dei titoli azionari durò poco. Dopo appena tre anni scoppiò quella che fu definita «la bolla Internet», dal fatto che furono soprattutto le società legate all’uso di Internet, decisamente sovrastimate, che dettero il via a un crollo di Wall Street che trascinò con sé tutte le altre borse del mondo. Questa volta la ripresa fu più stentata e complicata, anche se una bella mano la diede l’attentato dell’11 settembre, grazie al quale ripartì alla grande quella spesa militare [insieme al deficit di bilancio] che portò al rilancio dell’economia Usa – o meglio del sistema militare-industriale – alla crescita di Wall Street e ad una ripresa di fiducia nel dollaro che ha caratterizzato il primo quinquennio del nuovo secolo.
Ma è proprio in quegli anni che avviene un fatto nuovo, un evento storico inedito: la prima creazione, a tavolino come si suol dire, di una moneta che unisce e fa scomparire le monete nazionali di diversi paesi europei. La nascita è tormentata e fa dire a molti analisti che si tratta di un flop. L’euro perde colpi rispetto al dollaro e ha un peso marginale negli scambi internazionali: oltre il 60 per cento dei quali continuano ad essere trattati in dollari. Poi, lentamente, mentre l’amministrazione Bush passa da una guerra all’altra creandosi un numero crescente di nemici, l’euro comincia la sua risalita. Paesi arabi, latino-americani, asiatici, cominciano a diversificare il loro «paniere» di monete di riserva, a preferire pagamenti in euro anziché in dollari. è l’inizio della svolta. Nessuno ci avrebbe scommesso uno scellino fino a due anni fa.
Ed ecco che arriva la crisi dei mutui e dà il colpo di grazia. La Fed abbassa i tassi, immette liquidità nel sistema ed aspetta la ripresa. Ma questa volta c’è una novità. Wall Street stenta a riprendersi, e soprattutto crolla il valore del dollaro rispetto all’euro. I paesi che detengono dollari nelle banche centrali – la Cina in primis, per un valore di 1500 miliardi – cominciano a pensare a come fare per liberarsi di questa montagna di dollari. Non possono farlo immediatamente perché ne verrebbero colpiti direttamente due volte: una prima, facendo perdere di valore i Bt [i Buoni del Tesoro Usa] posseduti in gran parte proprio dai paesi che hanno un surplus nella bilancia commerciale con gli Usa, e una seconda, riducendo le possibilità di esportare in quello che resta ancora il più grande mercato del mondo. Per cui la caduta del dollaro, come moneta principe, come valuta di riserva internazionale, sarà lenta e progressiva, come una lunga agonia.
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Come reagirà l’amministrazione Usa è difficile prevederlo. L’indebolimento del dollaro migliora un poco la loro capacità di esportazione, ma non riduce sostanzialmente il disavanzo con l’estero. Il motivo è semplice: fin dagli anni settanta del secolo scorso le grandi imprese Usa hanno delocalizzato la gran parte delle produzioni nel sud del mondo. Dato che non c’è più un tessuto produttivo – soprattutto nel settore dei beni di consumo–non c’è nessuno effetto positivo rilevante del deprezzamento del dollaro. è questa una lezione che dovremmo imparare a memoria anche noi europei, se non vogliamo fare la stessa fine. E poi ci sono l’Iraq, l’Afghanistan, guerre perse da cui l’amministrazione Bush non riesce ad uscire, aggravando la situazione sia interna [debito interno], sia esterna [perdita di prestigio internazionale]. Un disastro locale che può diventare un disastro globale, se l’amministrazione Usa penserà di uscirne con un’altra guerra [contro l’Iran?] secondo il principio «muoia Sansone con tutti i filistei».
Oltre trent’anni fa il presidente Mao aveva affermato che gli Usa sono «una tigre di carta». E aveva ragione: la potenza Usa è fondata sulla carta-moneta, e se questa brucia muore la tigre. Ma aveva anche torto: una tigre, prima di morire, può ancora fare del male, e tanto. Ma se la follia non prevarrà, allora potremo dire che l’agonia del dollaro si trasformerà in una liberazione per tutti i paesi del mondo. Potremo dire che il sogno del movimento altermondialista, nato proprio negli Usa, a Seattle, nel novembre del 1999, si sta avverando: è finalmente possibile costruire un mondo multipolare, con diverse macroregioni dotate di una sufficiente autonomia e in grado di valorizzare il proprio mercato interno, a partire dai mercati locali. Non ci sarà più una unica moneta di riserva e di misura degli scambi internazionali: è la fine della signoria del dollaro: la tassa occulta che il mondo pagava per sostenere il tenore di vita degli States. Non sarà certo, e per fortuna, l’euro a prendere la parte del dollaro, ma un’insieme di valute – compreso lo Yuan cinese che formeranno la base delle riserve nazionali di valuta pregiata. Una nuova geopolitica mondiale è alle porte, e offre grandi opportunità per costruire un mondo più equilibrato
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