Riprendiamoci il diritto di voto

Hanno vinto loro, si potrebbe dire, e la realtà supera già le peggiori previsioni. Mentre le facce dei futuri governanti imbrattano i muri delle città, diffondendo arroganza e senso di impunità, la partecipazione alla campagna elettorale è svilita, oltre che dall’affollamento delle reti televisive, dalla mancanza totale di una effettiva capacità di ascolto da parte di chi avrebbe dovuto rappresentare i conflitti, i movimenti, i soggetti sociali che giorno per giorno sono costretti a battersi da soli per la sopravvivenza economica e politica. Hanno vinto segreterie e notabili locali, anche a sinistra, nella difesa a oltranza dei recinti sbarrati delle segreterie di partito, di vecchie e nuove formazioni, nella mancanza di una qualsiasi capacità di autocritica, che aiuti almeno a capire dove si è sbagliato per non ripetere all’infinito gli stessi errori. E’ probabile che dopo il 13 e il 14 aprile l’esito elettorale, che potrebbe essere caratterizzato da un crescente astensionismo, renderà ancora più radicale la contrapposizione tra quanti si riconoscono ancora nei meccanismi della delega, svuotati dalle tante riforme elettorali, e quanti in questi anni si sono espressi criticamente, lavorando con i movimenti di base, costruendo realtà autorganizzate nei territori. Dobbiamo rassegnarci a tutto questo, come un fatto scontato?

La probabile sconfitta politica potrebbe forse costituire l’ultima occasione per un rinnovamento sostanziale dei soggetti e dei meccanismi della rappresentanza in quell’ambito incerto e confuso che rimane a rappresentare la sinistra italiana.
Oltre il v[u]oto elettorale si dovranno infittire le reti di resistenza sociale, già sperimentate in questi anni, ma non ci si potrà illudere della autosufficienza della autorganizzazione dal basso. Sarà importante comunque vedere i nomi e le facce dei candidati eletti nei vari partiti della Sinistra.
Sarà necessario comunque, per tutti, anche in maniera fortemente critica, confrontarsi con coloro che saranno stati eletti all’interno dell’attuale sistema elettorale. In qualche caso si tratterà con persone che hanno partecipato attivamente ai movimenti ed al conflitto sociale, in altri, assai più numerosi, saranno le solite figure di burocrati designati dalle segreterie nazionali.
Pur mantenendo un giudizio assai negativo rispetto ai percorsi di aggregazione che si sono tentati a sinistra del Partito Democratico, ritengo che non sia indifferente esercitare il diritto di voto, almeno a livello locale, se è possibile dare a questo voto la valenza di sostegno a soggetti che si sono impegnati in prima persona nelle lotte sociali sul lavoro, sulla casa, sull’ambiente, sulla sanità. Spesso queste stesse persone sono state penalizzate proprio per questa ragione dalle segreterie del partito, altre volte sono state collocate in lista in posizioni che equivalgono ad una esclusione vera e propria, come in Sicilia e in Toscana, per avere dimostrato troppa iniziativa o una qualsiasi capacità conflittuale.

A livello nazionale la scelta di votare si presenta senz’altro più difficile, anche per le diverse caratteristiche del sistema elettorale, ma in questo caso–per esprimere una protesta contro le modalità burocratiche ed autoreferenziali con le quali sono state costruite le liste a Roma–si potrebbe scegliere per l’annullamento della scheda piuttosto che per l’astensionismo puro e semplice, che rischia di essere utilizzato anche contro coloro che si asterranno. Sappiamo che molte, troppe decisioni, concernenti tutti gli aspetti della nostra vita, maturano all’esterno del Parlamento e delle altre assemblee elettive, ma anche per questa ragione non possiamo abbandonarci all’astensionismo puro e semplice. Insomma, non facciamoci espropriare anche il diritto di voto, dobbiamo essere noi stessi a decidere come usarlo, nel modo che, luogo per luogo, momento per momento, riteniamo più opportuno. Non si tratta, per l’ennesima volta, di andare a votare per il «meno peggio» tappandosi il naso, ma di utilizzare un diritto costituzionalmente riconosciuto, il diritto di voto, nel modo che, anche al di là del probabile esito elettorale, possa servire ad aumentare gli spazi di agibilità politica e le occasioni di conflitto anche all’interno delle istituzioni.

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