Le elezioni della povertà cancellata

Potrebbe sembrare incredibile. Persino impossibile. Eppure è così. Il tema che dovrebbe essere al centro del dibattito politico, tanto più nel suo momento cruciale, la chiusura di una campagna elettorale in cui si decidono gli equilibri futuri e l’assetto del paese, al centro non c’è. E neanche alla periferia, che ne so, magari annidato in qualche passaggio secondario di un comizio… Niente. I due protagonisti principali di questa desolante vicenda elettorale di molto hanno parlato, di Ronaldinho e di Totti, di donne e di film, l’uno svendendo bolli automobilistici, l’altro spacciando l’ottimismo come nuova virtù teologale, ma alla questione neppure un accento.
E gli altri, i «piccoli», erano probabilmente troppo occupati a portare a casa la pelle, per guardarsi anche solo intorno.
Mi riferisco, naturalmente, all’allarme lanciato dal Direttore generale della Fao, il senegalese Jacques Diouf, proprio a Roma, proprio nel giorno della kermesse finale della nostra campagna elettorale, a proposito della «crisi alimentare globale» in corso, destinata ad aggravarsi drammaticamente nei prossimi mesi: «Se il cosiddetto Nord del mondo non cambierà modello di sviluppo–ha detto–, la bolletta per i cereali nei paesi poveri continuerà a crescere e le rivolte popolari e sociali che oggi colpiscono Egitto, Tunisia, Senegal, Burkina Faso, Camerun, Guinea, Haiti e tanti altri paesi poveri, dilagheranno». Il giorno prima Robert Zoellick–non un esasperato agitatore no-global ma il presidente della Banca Mondiale–, non era stato meno allarmante, dichiarando che «l’aumento dei prezzi degli alimentari taglierà almeno sette anni sul cammino della riduzione della povertà» a livello modiale, ottenendo la stessa sordità da parte del mondo politico. E anche [con poche eccezioni, tra cui questo giornale], in quello giornalistico.
Eppure, se si guardano i dati, allarmi come questi appaiono persino moderati. Addirittura reticenti. Ci parlano di un’emergenza globale in atto, destinata molto probabilmente a cambiare radicalmente gli scenari politici e sociali, non solo alla periferia del mondo, ma anche nei suoi vari centri, nelle cittadelle dello sviluppo e del cosiddetto benessere. Il prezzo del grano, ad esempio, che nell’ultimo anno ha subito un aumento del 56 per cento–come è stato detto in questi giorni–è tuttavia da almeno un quinquennio [da quando siamo entrati in una nuova fase della globalizzazione, cioè che sale con continuità: costava 161 dollari alla tonnellata nel 2003, è salito a una media del 10 per cento all’anno fino al 2006, poi del 10 per cento al mese a partire dall’inizio del 2007. Oggi costa più di 480 dollari, con un aumento di più del 400 per cento nel quinquennio! Il riso, che costava 300 dollari alla tonnellata nel 2000, oggi è quotato 880 dollari [quello di media qualità, mentre quello aromatico di alta qualità «schizza per la prima volta oltre i mille dollari», esattamente come la quotazione dell’oro].
Il frumento entra costitutivamente nell’alimentazione di base di almeno due terzi della popolazione mondiale: quella che destina all’alimentazione circa l’80% del proprio reddito. Dal riso dipende la sopravvivenza di due miliardi e mezzo di persone nella sola Asia, dove si concentra oltre un miliardo di poveri assoluti [quelli con meno di 2 dollari al giorno]. E’ stato calcolato che per ogni punto percentuale in più nel prezzo dei cereali, circa 16 milioni di persone si aggiungeranno a quelli che già sono a «rischio fame»; e che già allo stato attuale delle cose nel mondo circa 25 mila persone al giorno muoiono di fame o per cause correlate alla povertà. Che accadrà se l’attuale dinamica dei prezzi dovesse prolungarsi, o anche solo se non si verificasse una consistente riduzione?
La questione è tanto più allarmante se si considerano le cause «dell’inflazione alimentare». Giocano, va detto, alcuni fattori contingenti: condizioni climatiche avverse, il gelo cinese, la siccità australiana, i parassiti del riso vietnamiti. E la devastante «finanziarizzazione» del mercato alimentare–il boom dei futures sui cereali, diventati appetitose occasioni di investimento speculativo dopo la crisi dei mutui e la caduta del mercato azionario–da cui dipende la catastrofica «volatilità» dei prezzi alimentari [solo nell’ultima settimana alla «borsa» del riso il costo è salito di 100 dollari…]. Ma tutti gli analisti sottolineano le ragioni «strutturali» del fenomeno. Tutti, con esasperante monotonia, ricordano, nell’ordine, oltre ai mutamenti climatici [che non possono più essere considerato una «contingenza» ma una costante connessa con le attività umane], la riduzione delle terre coltivate e delle risorse idriche consumate dall’industrializzazione, l’aumento del tenore di vita di parti non maggioritarie ma consistenti di popolazione in Cina e in India (e dunque il mutamento del loro regime alimentare), oltre alla dissennata corsa ai biofuels, ai carburanti biologici, scatenata dall’Occidente, Stati uniti ed Europa in testa, come risposta alla crisi petrolifera. Fattori questi tutti, senza eccezione, difficili da modificare in tempi brevi, connessi come sono al nostro sistema di vita. Fattori «strategici» del modello socio-produttivo e dello stile di vita caratteristico della «società globale» quale è stata pensata e realizzata come unico sistema possibile e perseguibile! E quale si rivela, invece, umanamente e socialmente insostenibile.
Siamo dunque, si direbbe, alla resa dei conti. O meglio: al punto in cui l’umanità–il pianeta–ci presenta i conti della nostra follia. Può darsi che a Roma si considerino semplici rumori di fondo lo strepito delle rivolte per il pane [e per il riso] che viene dalle periferie dell’impero. E che affaristi e buonisti variamente contrapposti o ricombinati, pensino che potremo continuare a giocare nella fiera della vanità che è diventato lo spazio politico mediatizzato; che le cose serie saranno il bollo auto o le grandi opere, il business di Publitalia o quello delle cooperative non più rosse. Ma non sarà così. Intanto perché la tragedia delle periferie è detinata a varcare i nostri confini, non solo in forma di flussi migratori, ma anche di «inflazione alimentare» indotta. Di «importazione di poveri» non solo perché i poveri del mondo muoveranno verso di noi, ma anche perché i nostri poveri aumenteranno. Già stanno aumentando, con i prezzi alle stelle della pasta, del pane, del riso e del latte. E poi perché nessuno può più, moralmente, ritenersi innocente per quanto avviene là, nel momento in cui, anche solo con una scelta di consumo, un pieno in più all’auto, un investimento in banca, un piatto in tavola, si decide il destino [mortale] di altri, invisibili ma reali.
Forse allora, davvero, quello di questi due giorni è stato un gioco, a cui milioni di noi abbiamo giocato con gli occhi bendati.

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