Pubblichiamo di seguito alcuni interventi dei nostri lettori sull’esito delle elezioni.
Cari,
qualche minuto fa, ancora con gli occhi sbarrati per i risultati elettorali, ecco che ricevo l’invito a una mostra che s’inaugura oggi e che mi spinge a condividere un paio di considerazioni:
- Tommaso Fattori [Firenze]*
Cari amici di Carta,
la batosta di ieri ha mostrato ancor di più quanto non vadano d’accordo queste due parole: democrazia e rappresentatività.
Cosa e chi rappresenta il parlamento appena eletto? L’assenza di un 30 per cento di italiani fra astenuti e falcidiati dal quorum non conta davvero nulla? Amici «piddini» oggi mi davano per certa una svolta alla francese perché «nelle democrazie avanzate chi ha la maggioranza governa senza la necessità di un parlamento» diritto di parola ma non di azione… Il tutto alla faccia di fette sempre più corpose di popolazione che subiscono senza possibilità di riscatto le decisioni di chi vince.
E ora?
Saremo davvero costretti alle prossime alle elezioni, di fronte ad un Berlusconi a vita, a votare solo per il Pd perché altro a sinistra del
centro non c’è?
Ora vorrei che una mia futura astensione contasse qualcosa, sapere di poter votare contro tutti togliendo comunque seggi [che bello se la
legge elettorale prevedesse sulle schede il simbolo «Per Nessuno» che se prende il 20 per cento viene poi rappresentato dalla presenza del 20 per cento in meno di parlamentari] sapere che l’essere orfano di un punto di riferimento non è la fine…
Non ho ancora trentanni ma da ieri mi sento di colpo vecchio, stavolta davvero senza un futuro… Ho letto il tuo editoriale su Carta di questa settimana [profetico] e l’intervento di ieri…si forse c’è ancora una speranza…una lotta di trincea fatta vertenza dopo vertenza, sul territorio…ma il panorama è davvero desolante…Se ci porremo, come è necessario, contro discariche e termovalorizzatori, grandi opere ed enormi scempi i mezzi di comunicazione e loro seguaci ci additeranno come i soliti ecologisti rompicoglioni contrari alla crescita, al progresso ecc. ecc. ecc.
Avremo la forza di resistere? Io nonostante tutto credo di si…E voglio esserci…voglio scrollarmi di dosso la tristezza di oggi…Più di ieri è necessario esserci e darsi da fare, da oggi o si costruisce un paese diverso o si soccombe all’accuirsi delle diseguaglianze sociali.
Non so dovre potremo arrivare ma è urgente provarci a tutti i costi.
Alfonso Gentile
Agerola [Napoli]
Siamo stati sconfitti per il valore sempre scarso dato alle istituzioni e alle sue regole, con le quali si pastrocchia di continuo. Non ci si interessa affatto a fondo di quali siano i meccanismi e la prassi che tengono in piedi l’ordinamento e a volte non se ne sa proprio nulla oppure se lo si sa non si è affatto interessati a diffonderlo. Ieri una mia amica sveglia e intelligente laureanda in sociologia elettrice e rappresentante di lista della Sinistra Arcobaleno mi chiedeva quando ci sarebbe stato il ballottaggio. Ieri nei seggi di Brindisi a nessun rappresentante della Sinistra Arcobaleno era stato spiegato come funzionava lo spoglio, né che il regolamento prevedeva che le bianche venissero annullate subito, ogni volta che venivano estratte, cosa fondamentale per evitare i brogli. La legge elettorale stomachevole e insensata è stata contestata dalla Sinistra Arcobaleno ma non più di tanto e non prioritariamente e vorrei far presente che una sua parte mostruosa è quella che prevede gli scrutatori di nomina partitica. Su questa parte poi ci si è proprio adattati comodamente, tanto comunque anche noi eravamo rappresentati, quindi anche noi avevamo i nostri scrutatori. E adesso che la nostra rappresentanza è sparita – so che la rappresentanza per avere gli scrutatori serve nei comuni, ma è il concetto che mi interessa – spero rifletteremo. Io voto in Puglia e in realtà non so come funziona da voi, ma da noi Rifondazione e ora la SA provvede a nominare gli scrutatori tra gli iscritti e i loro parenti [lo fa anche mia madre, quindi non parlo per invidia] senza interrogarsi sulla gravità della cosa.
Siamo stati sconfitti per la cecità e la siderale distanza dal paese: esemplificativo di questo è la questione del reddito sociale. Vi racconto una storia: in Puglia, che non è nemmeno depressa come altre zone del meridione, ma al contrario al confronto di altre regioni per molti versi è un paradiso, lo stato sociale è utilizzato ora e da sempre come fondo da cui lucrare, a tutti i livelli. C’è ad esempio nel leccese un’intera generazione di anziane che prende una pensione come lavoratrice agricola pur non essendo mai stata in un campo ed avendo pagato i contributi per questa pensione con i soldi che lo stato stesso le ha dato per la finta disoccupazione stagionale destinata ai lavoratori agricoli. E si tratta di brava gente, badate bene, ma a cui nessuno ha mai spiegato niente. Né il valore dello stato sociale, né il concetto del rispetto per le istituzioni, viste da loro come una nebulosa poco chiara. E chi ha proposto il reddito sociale non sa che ora le cose vanno ancora peggio perché sempre in Puglia i proprietari terrieri fanno lavorare la gente gratis nei campi e l’unico stipendio per questi lavoratori consiste sempre nella disoccupazione stagionale che fornisce lo stato. E forse non si sa che un sacco di giovani e la quasi totalità delle giovani di sesso femminile in Puglia lavora in nero nei supermercati, nei negozi di vestiti, negli studi di grafica, nelle agenzie immobiliari, negli studi degli avvocati per 50 ore a settimana e con uno stipendio che va dai 350 ai 500 max 600 euro e semmai esistesse il reddito sociale sarebbe il più grande incentivo per abbassare ulteriormente questi pietosi salari e per spingere a licenziare e riassumere in nero quei pochi che hanno personale regolare. Con i soldi per un ipotetico salario di cittadinanza andrebbero invece fatte delle cose per la comunità in generale in termini di servizi e cultura che portino progresso per tutti così che se proprio si vorrà tra 100 anni il reddito sociale si potrà istituire, perché ci saranno le condizioni per accoglierlo .
Siamo stati sconfitti perché quello che serve è una massiccia profonda rivoluzione culturale e per attuarla bisogna partire semplicemente dal mettere in discussione e modificare ogni proprio comportamento quotidiano. E non parlo del consumo critico e dell’ecologia pure sacrosanti e fondamentali, ma di qualcosa che sta a monte e di cui queste due prassi non sono che una logica conseguenza: parlo di una lotta a tutte le forme nascoste e non palesi di servilismo e autosfruttamento oltre che di sopraffazione e sfruttamento nei confronti dell’altro – tipo per fare un banale esempio il personale domestico a ore non dichiarato oppure, cosa molta più subdola, del personale domestico a cui si dà una mano, forma gravissima di umiliazione – e ancora contro ogni forma di ipocrisia – così diffusa, così capillare, così letale – e di maschilismo che si annida anche lui dappertutto e costantemente – da parte anche dei più insospettabili – e che ha una potente forma di espressione nella valutazione degli altrui comportamenti sessuali molto più che nell’utilizzo dei sostantivi al maschile invece che al neutro ottenuto con l’asterisco. Alla base del maschilismo e di molti altri mali c’è a mio parere innanzitutto l’idea del sesso che è ancora un enorme tabù e che dunque non essendo ancora considerato una cosa naturale può essere sfruttato strumentalmente da tutti i reazionari di ogni ordine e grado per tenere ferme le coscienze in molti modi e la Sinistra Arcobaleno non contribuisce affatto a sciogliere il tabù. Anche per questo siamo stati sconfitti.
Siamo stati sconfitti per Franco Giordano che è venuto a fare l’unico comizio a Firenze – escluso quello della festa di chiusura – al chiuso, in una sala Arci naturalmente vuota perché l’evento non era stato neanche segnalato ed è stato quasi tutto il tempo a dire che aveva fretta e doveva tornare a roma. E c’erano anche i giovani-vecchi dirigenti che si affrettavano a togliere le sedie perché la sala non sembrasse vuota, tanto per rendere la scena del burocrate nominato certo della propria elezione bloccata che viene a salutare gli aficionados completa.
Siamo stati sconfitti per atteggiamenti alla Sansonetti che forcaiolamente oggi si è messo a chiamare forcaioli gli elettori di Di Pietro e siamo stati sconfitti da un garantismo vuoto e indultista che non si sforza nemmeno di darsi solide basi teoriche e che non so come si concilia poi con chiedere un inasprimento delle pene per i reati ambientali e le ecomafie.
Siamo stati sconfitti per Fausto Bertinotti che nei giorni dell’approvazione dell’indulto a chi gli scriveva alla mail ufficiale della camera per protestare rispondeva con una mail uguale per tutti che anche quel simpatico reazionario di Giovanni Paolo II l’aveva chiesto ed era dunque giusto così, mentre Di Pietro riusciva ad incanalare questa protesta dando spazio alla gente.
Siamo stati sconfitti per Niki Vendola che non parla mai di laicità ed ammicca sempre ai cattolici, sputando di fatto sulla sua base. Strano però, perché se lui si mettesse a dire al papa che questo diritto può averlo e quest’altro no perché l’essere il papa è contro natura [ad esempio in quanto troppo fantasioso essendo rappresentante in terra di qualcuno che non esiste – lo so che Vendola è credente, faccio un esempio] non credo che il papa gli ammicherebbe altrettanto.
Siamo stati sconfitti perché a livello locale molte volte la Sinistra Arcobaleno si è chiusa nel proprio gioco di piccoli poteri e piccole scale gerarchiche.
Siamo stati sconfitti perché spesso la Sinistra Arcobaleno si chiude a livello culturale, non sognandosi mai ad esempio di guardare un programma reazionario del pomeriggio per farsi un’idea e restando anni luce lontano dalla cultura popolare, lasciando quel terreno totalmente libero per gli ultra-conservatori.
Infine siamo stati sconfitti per chi come Pancho Pardi e Flores D’arcais l’altra sera al cinema Colonna ha fatto una pressione psicologica incredibile per togliere voti alla SA, ma questo è a mio parere l’ultimo dei motivi di cui ci dobbiamo occupare.
Tatiana [Firenze]
Convintamente dalla parte del torto.
Ha vinto il Popolo della Libertà, e questo era previsto. Ha la maggioranza anche al Senato, e questo era meno scontato, perché così faceva pensare il meccanismo elettorale. E su questo ha inciso anche la scomparsa della Sinistra che avrebbe potuto togliere qualche senatore a Berlusconi.
E’ bello vedere che, come spesso accade, tutti o quasi i partiti sono contenti del risultato. Tutti hanno vinto. Berlusconi torna alla guida del paese con una grande affermazione del «nuovo» partito delle libertà. La Lega dilaga. E dall’altra parte, anche il Pd ha vinto. Ha vinto al di là delle sue più rosee aspettative, e lo si percepisce chiaramente sui volti e nei commenti dei suoi esponenti, sia nazionali che locali.
Il PD sapeva che a queste elezioni non giocava per andare a governare il paese, e infatti non su questo ha impostato la sua campagna elettorale. Quella era una partita chiaramente persa in partenza ed era inutile provarci. La partita che giocava il Pd, che sta giocando fin dalla sua nascita, era l’americanizzazione dell’Italia, la «semplificazione del quadro». Quindi il vero obiettivo era diventare il soggetto unico della «non destra!. Probabilmente pensava di arrivarci per tappe: questa volta la Sinistra sarebbe stata fortemente ridimensionata, e poi, con una nuova legge elettorale, sarebbe stata finalmente eliminata, come avviene nei paesi civili, intendendo per paesi civili e moderni appunto gli Usa, l’Inghilterra, la Francia, e la stessa Spagna. Invece il Pd ha stravinto, perché ha completato l’opera al primo colpo, e ora la riforma elettorale potrà essere fatta senza problemi di coscienza, perché non farà che legittimare quello che il Paese ha già deciso.
Ha vinto anche Di Pietro, che ha incassato un po’ di voti dei grillini e di quelli che vogliono cancellare La Casta. E cancelleranno la casta strettamente alleati con il Pd, che è un partito nuovo e moderno, e non di casta.
Dentro la Sinistra la sconfitta è un ottimo pretesto per legittimare ciascuno la propria linea politica, quelli che doveva essere più radicale, quelli che doveva essere meno radicale, quelli che non bisognava fare l’arcobaleno, quelli che l’arcobaleno bisognava farlo prima, quelli che ci voleva la falcemartello, quelli che dovevamo parlare di più ai lavoratori, quelli che dovevamo parlare meno ai lavoratori che ormai non esistono più, quelli che dovevamo far cadere il governo Prodi, quelli che non dovevamo intralciare il governo Prodi, quelli che dovevamo stare più vicini ai movimenti, quelli che dovevamo stare meno dietro ai movimenti che tanto poi non ci votano comunque… e via via così, all’infinito, ognuno con la sua teoria, e con la sua storia riscritta con i se e i ma.
Io invece penso che una volta tanto dovremmo prendere atto che quello uscito dalle urne è il paese reale, quello vero. Che il risultato è quello che la gente ha voluto. La gente, la grande maggioranza della gente ha voluto che Berlusconi tornasse al governo dell’Italia, ha voluto che la Sinistra scomparisse dal Parlamento, ha voluto un grande partito di non-destra guidato da un personaggio giovane, moderno e dinamico come Walter Veltroni, ha voluto dare più forza ai sentimenti di cui è espressione la Lega, ha voluto premiare Di Pietro, salvare Casini e cancellare tutto il resto. Dobbiamo prendere atto che chi vince ha ragione. Loro hanno vinto. Loro hanno ragione. Noi torto marcio.
Il paese vuole la semplificazione. Loro hanno semplificato. La Sinistra ha provato a semplificarsi, facendo di 4 partiti uno schieramento, ma al paese è fregato poco, perché quella comunque era una complicazione di troppo. Non serviva, basta il PD a rappresentare tutta la non-destra d’Italia.
Loro sanno come si comunica, hanno semplificato il linguaggio, sanno dire le cose giuste al momento giusto, pochi messaggi chiari, slogan precisi e ben mirati, a seconda del contesto. Noi invece ancora con questa illusione di spiegare le cose, il come e il perché, a guardare il risvolto della medaglia, a indicare le sfumature… Che palle!
Loro sono le forze moderne della semplificazione, noi siamo vecchi interpreti della complessità. La complessità è roba dei secoli scorsi, oggi serve altro. Noi siamo fuori dalla storia, e la storia giustamente ci ha messo fuori dal luogo della rappresentanza, perché quello che noi rappresentiamo nel paese non c’è, o comunque è una piccola minoranza, e se c’è una cosa che la modernità dice con chiarezza è che per le minoranze non c’è spazio. Le minoranze vanno «semplificate». Del resto possono scegliere con moderna libertà, tra il farsi assorbire e adattarsi o il ghetto e la lenta pulizia etnica.
E ci sono i soliti intellettuali che cercano di spiegarci che no, in realtà la modernità è finita, la civiltà cartesiana è al tramonto, che anche la nuova fisica ci ha mostrato un mondo diverso, quello della complessità, che andiamo verso una cultura olistica, non discriminante, che noi che siamo un po’ complessi interpretiamo il futuro, mentre i semplificatori sono il retaggio di un mondo infinito. Ma si sa, gli intellettuali sono ancora più fuori dalla storia dei Sinistri. Bisognava parlare con Costantino, con gli Amici e i tronisti della De Filippi, loro ci avrebbero spiegato il paese, e se poi avessimo parlato anche con gli operai, quei pochi rimasti, con gli operatori dei call center, con la gente vera, quella per strada, che incontri sul treno o al supermercato, ci saremmo forse accorti che dicono le stesse cose, e che vogliono questo paese, quello che è uscito dalle urne. Che c’hanno i cazzi loro e non ci credono più che se ne esce dandosi la mano, che la soluzione collettiva è troppo complicata, che prima di pensare agli altri e al «sociale» [mamma mia che roba vecchia il sociale] devo prima pensare a me, che ogni giorno devo competere, come gli animaletti di Darwin, per non essere estinto… e la simbiosi un cazzo, la simbiosi è per falliti, per quelli che non sanno competere, e per i quali possiamo fare un po’ di beneficenza. I parassiti, quelli sì che c’anno le palle e sanno stare al mondo. Se li avessimo ascoltati avremmo capito e avremmo potuto risparmiare una gran fatica e un grande dispendio di energie, e tante illusioni e le delusioni di ieri e di oggi. Avremmo potuto fare a meno di presentarci alle elezioni, prendendo atto che, come cantava Ligabue, non è tempo per noi. E’ come se un turco viene in Italia a fare la campagna elettorale e fa i comizi in turco, scrive i volantini in turco, racconta barzellette turche… Noi turchi non potevamo che perdere e sparire.
Per parte mia, ci sono dentro fino al collo. Come tutti noi veterosinistri non ci avevo capito un cazzo. Ero convinto che ci fosse un po’ di gente, un po’ di più, che voleva cambiare, che aveva in testa una società diversa da quella di Darwin e Veltrusconi. Che non voleva tornare all’energia nucleare, alla strategia degli inceneritori, che non vedeva nelle «grandi opere» la soluzione dei mali italiani, che non crede alle «guerre giuste-umnaitarie-pacifiste», che non condivideva la legge 30, la Bossi-Fini, la legge sulle droghe, le privatizzazioni dei servizi e anche di tutto il resto, la messa in discussione della contrattazione nazionale e dello statuto dei lavoratori…….. E ho preso una cantonata. L’ho presa in tutti questi anni in cui ci ho creduto e ho fatto politica con questa illusione. Volevano la semplificazione, scegliere tra destra e non destra, e poi semmai trovare all’interno di questa semplificazione i giusti equilibri, confrontandosi tra persone civili attorno ad un tavolo, con toni pacati e moderati, perché la storia non è storia di lotta di classe, ma storia di persone civili che discutono e si mettono d’accordo, il padrone con l’operaio, la Coop e l’Esselunga con il consumatore, il contadino con l’agribusiness, la banca con il correntista, il Valsusino con la cooperativa rossa che costruisce la TAV, il Vicentino con il colono americano, il gay con Ratzinger, l’extracomunitario con l’ambulante italiano ecc ecc. E noi ancora lì a cercare il pelo nell’uovo, a rivendicare, a chiedere, a denunciare come si faceva nell’Ottocento, quando c’erano le monarchie, la schiavitù, roba ormai finita, cancellata dalla modernità, dalle sorti luminose della mondo nuovo in cui viviamo.
Ciò che deve accadere accade, ed è accaduto. Ho sbagliato tutto ed ho perso, cancellato, travolto dal vanto della modernità.
Questa notte ci ho pensato su, e una vocina mi diceva: «prendi atto e adeguati. La nostra cultura occidentale prevede la redenzione. La nostra religione ha addirittura un sacramento che si chiama confessione e permette di cancellare i peccati. Anche l’ordinamento giudiziario riconosce il pentimento. Fai un esame di coscienza. Ora sai che hai sbagliato tutto, che hai creduto in cose che non esistono. Ti cospargi il capo di cenere, ammetti tutte le tue colpe, giuri che non lo farai più, due ave e patergloria e vai, ricominci tutto da capo. Ti semplifichi un po’, se ancora vuoi fare politica un posto per te si trova, aderisci alla modernità, aderisci al Pd. O sennò lasci perdere, fai altro, e se hai bisogno di qualcosa sai a chi rivolgerti, con toni pacati ed educati e niente ti sarà negato».
Da ragazzo ho letto 1984 di Orwell e Il Mondo Nuovo di Huxley. Orwell mi era più vicino politicamente, uomo di sinistra ma antistalinista, un po’ libertario. Huxley invece viene collocato a destra [nel medioevo si facevano di queste cose, si classificava tutto in destra e sinistra… che sciocchezze!]. Eppure ho sempre pensato che avesse ragione Huxley, che ci aspettava il mondo nuovo e non 1984… Se non li avete letti non importa, è cultura vecchia, del secolo scorso, oggi c’è Federico Moccia… Comunque, aveva ragione Huxley.
Insomma, ci ho pensato, e alla fine ho preso qualche decisione.
Le mie decisioni:
1) Sto bene dalla parte del torto! Non riesco a semplificarmi perché nella mia testa malata c’è un mondo complesso. Continuo a credere nelle cose in cui credevo, e continuo a credere che non si può annacquare tutto in una marmellata. Continuo a pensare che la mia visione del mondo sia profondamente diversa da quella di Walter Veltroni e di chi lo vota. Continuo a credere che olismo e marmellata sono cose diverse, che quando «famo a volesse bbene» la piglia in culo sempre il solito. Insomma, per farla breve, nessuna redenzione, pentimento, confessione. Resto tra i peccatori aspettando serenamente [ma con disagio] la dannazione eterna. Noi che stiamo dalla parte del torto facciamo comunque un servizio alla società, serviamo da monito, da esempio negativo.
2) Prendo atto che il governo e le istituzioni non sono luoghi adatti a quelli come me. Perché una volta, se eri dalla parte del torto, c’era l’opposizione. I buoni da una parte, i cattivi dall’altra. Oggi la modernità richiede che i cattivi non ci siano, e che sia la maggioranza che l’opposizione siano occupate dai buoni, da quelli che hanno ragione. In realtà lo avevo già deciso, per altri motivi, ma ora ho un grande motivo in più. Finisco i due anni che mi rimangono qui [se due anni saranno, e la modernità non dovrà imporsi con più urgenza anche al governo della regione] e poi mi ritiro tra i miei monti, che sono un po’ meno moderni, con gli antichi arnesi del contadino, a zappare il mio fazzoletto di terra, senza Tv, senza Adsl, senza telefonia cellulare, a costruire due ettari di quel mondo assurdo che ho in testa, e che se non si può fare il socialismo in un solo paese, lo facciamo almeno lì. E sulla riva del Targo mi siedo e attendo, che ciò che deve accadere accade. E poi altre cose le farò di certo, politica in qualche modo, ma più sereno, che incazzarsi non serve, che a sbattersi ci si ammacca. Che se c’è una categoria di cui proprio non ne posso più, sono quelli sugli spalti che fanno il tifo, che sanno sempre quello che tu devi fare, che hanno tra le mani il registro della maestra e ti danno i voti, qualche volta applaudono, altre ti segnano in rosso. Quelli che non scendono mai nell’arena perché ci si sporca le mani. Che parlano di casta, dei colpevoli dei mali del mondo, che i mali del mondo sono sempre colpa di qualcun altro e mai loro, che invece sono puri e onesti. E sì, che forse qualche volta hanno pagato in nero il dentista per risparmiare [ma poi i soldi li hanno usati a fin di bene], hanno telefonato all’amico primario per scavalcare la lista d’attesa [mica per fare i furbi, ma perché loro stavano male davvero], hanno chiamato l’amico politico per sistemare il figlio [mica per una raccomandazione, ma perché è sicuramente il più bravo del mondo e siccome gli altri sono tutti raccomandati non vorrei che venisse penalizzato], hanno chiesto al commercialista di sistemare un po’ i conti [ma mica perché sono evasori, è che se paghi tutto non ce la fai a tirare avanti]… sì, forse qualche peccatuccio lo hanno commesso, ma sempre a fin di bene, quindi la prima pietra sono legittimati a scagliarla. Io ho sbagliato, io sono colpevole, io me ne vado.
3) Da domani non compro più Il Manifesto. Perché i compagni del manifesto sono tra quelli che stanno sugli spalti con il registro della maestria, e mi hanno rotto i coglioni.
4) Da quest’anno non mi iscrivo più alla Cgil, che non ha più nulla a che spartire con la parte del torto, e quindi che vadano liberi e sereni verso il nuovo mondo. Io mi fermo qui, ad aspettare un sindacato che stia dalla parte del torto.
5) Da oggi divento più antipatico, molto più antipatico. Da oggi io non rappresento tutti. Io rappresento quelli che stanno dalla parte del torto. Gli altri sono ampiamente rappresentati, e quindi si rivolgano ai loro rappresentanti, perché l’altra categoria che non reggo più, sono quelli che votano gli altri [perché sono realisti e moderni], ma poi su gran parte delle cose vengono a cercare a te perché «c’hai quella sensibilità». Io da oggi ho una sensibilità selettiva, e questa non è una ripicca, è una scelta pedagogica: se sei antico e vetusto come me io sono accanto a te per tutto il possibile, se invece sei moderno e riformista, accomodati, ne hanno eletti di tutti i tipi, ce ne sarà pure uno che c’à la sensibilità giusta. E sennò toccherà aspettare il prossimo giro, dopo che ci avremo un po’ meditato su [ma quando mai]! Comunque al prossimo giro io non ci sarò, perché faccio largo ai giovani, a quelli che non sono casta, a quelli che sanno fare le cose come si deve, avanti, c’è posto [ma non venne nessuno, tutti restarono sugli spalti con la loro pennetta rossa!].
E ce ne avrei ancora di cose da scrivere, ma già di parole ne ho sprecate tante, e nella modernità del 2008 i messaggi devono essere chiari e diretti, semplici. Auguri Italia, un paese finalmente moderno e, come sogna Veltroni da anni, normale!
Michele Altomeni [Consigliere regionale delle Marche]
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