Una domanda assillante

Cari amici di Carta, e cari compagni di strada del «movimento» di questi ultimi anni, nel constatare l’esito disastroso delle elezioni, c’è un punto che mi assilla, che mi sembra poco considerato nelle analisi, e che va oltre la Sinistra. Questo: il risultato complessivo interroga fortemente chi negli ultimi dieci anni ha lavorato per la promozione di temi, contenuti e modalità politiche «alternative», che ha identificato la promozione di «un altro mondo possibile» non solo come un «programma per il futuro», ma come un modo per incidere sulla cultura diffusa e quindi sugli equilibri sociali del nostro paese. Io mi sento tra questi, e non in posizione secondaria: ricordate come dal 2000 in poi [da Seattle a Firenze, passando per Genova] abbiamo riempito ogni salone, di ogni paese, contribuendo all’emergere di un nuovo soggetto sociale, di nuovi contenuti, di nuove forme di lotta?
Non è cultura da «reduci», in quanto questo lavorio è continuato, pur se con minor intensità, fino a ieri, e continuerà domani. Ora questo sessanta per cento di voto a destra o circa, associato al crollo assoluto della sinistra, significa quello che Rossanda ha ben scritto lunedì sul Manifesto: «La destra più rozza dell’Europa occidentale s’è impadronita della mente degli italiani, facendo del nostro un paese egoista e miope, nel quale ognuno si è chiuso in quel che crede il suo interesse più immediato mentre d’una democrazia decente più nulla importa». Rispetto a tale esito, a me sembra che oltre al problema «elettorale» della sinistra ci siano due altri seri problemi: la grave e strutturale deriva socioculturale del nostro paese; l’inefficacia del lavoro svolto in questi anni di costruzione di una «cultura altra». Questo secondo aspetto, ovviamente correlato al primo, mi interroga pesantemente. Dato che io ho sempre agito nel movimento dando priorità non alla «presa del potere immediata» ma [oltre all’ottenere risultati concreti sulle critiche/proposte avanzate] al praticare una sorta di «pedagogia degli oppressi» che si è fatta carico di ribaltare il silenzio/complicità delle istituzioni, dei partiti, dei media e del sistema educativo su ciò che accade davvero nel mondo e nella società, sui conflitti e le sue vittime, sulle ingiustizie e le violenze, con la capacità di associare alla critica radicale anche capacità propositiva, di analisi e di informazione. Volevamo costruire «altra cultura», anche come base per modificare i rapporti di forza sociali [ed elettorali]. Senza farmi illusioni sugli effetti di tale «pedagogia», ho sempre pensato al «movimento» come non solo la sintesi migliore del conflitto sociale locale/globale tesa ad acquisire ora risultati immediati ed agire sul «palazzo», ma anche come fertilizzante in grado di costruire un pezzettino dell’opinione pubblica del domani, come un antidoto al dilagare della facile cultura di destra e leghista… Tutto ciò è durato anni, e continua ad esistere.
Avete visto i risultati della Camera, avete associato i risultati della Lega con quelli della SA? Dove sono andate quelle masse di giovani intente ad ascoltare, a partecipare, a «scrivere»? Siamo stati velleitari, ci siamo illusi, è stata solo una fiammata soffocata dalle sirene della politica, dall’ottusità del potere e dei partiti, dall’ interesse e dal realismo che prende il sopravvento quando si diventa grandi? Non possiamo sottrarci a questo domanda, e la risposta che diamo alla stampa [«eppure il vento soffia ancora», intendendo che il movimento è sempre attivo, ha un andamento carsico, è solo un deflusso, o che è colpa di quelli che non hanno aderito alla «mia» manifestazione ecc. ecc.] spiega poco. L’anno prossimo saranno dieci anni da Seattle, da quando mi sono trovato ad in augurare un movimento per il quale avevo lavorato molto [con il commercio equo e Lilliput] ma che non avevo allora immaginato così ampio ed impetuoso. Come celebreremo questo anniversario, vogliamo che chi allora scriveva sui giornali «sono tornati i figli dei fiori» possa affermare che «avevamo ragione, la solita fiammata, la realtà ed il ‘centro’ hanno ristabilito il vero ordine dei valori e del consenso sociale…»?

Dunque: dobbiamo concludere che è tutta colpa di Bertinotti se il movimento è in crisi? Se i giovani non ci seguono e [oltre ad astenersi e dividersi in gruppetti vari] votano in gran parte partiti di governo, è tutta colpa della scelta governativa della Sinistra? Se altri [l’originale rispetto alla fotocopia] li hanno convinti rispetto a come rapportarsi alla «sicurezza», allo straniero, al mercato, alla globalizzazione, è davvero causa il voto per la missione in Afghanistan? A chi guardiamo quando svolgiamo le nostre analisi sociali: a dove sono andati i «nostri simili», oppure a tutta la società? Siccome qualcuno si è astenuto, altri hanno votato i trotzkisti, ed altri sono «confluiti» nel voto utile piddino, è logico dedurne come fanno già alcuni che quindi l’unico approdo per rinascere è «praticare il conflitto sociale»? Che aveva ragione chi già negli anni scorsi predicava «solo opposizione, solo radicalità, solo antagonismo»? Io non credo, non credo proprio; mi sembra che nella bufera in molti ripetano solo quello che già dicevano prima. Comprensibile, ma non utile. Io credo che questo tipo di analisi ci scavi ancor più la fossa. Come tanti, ho qualche idea sulla crisi della sinistra e del movimento. Qui ne voglio esprimere solo una. All’andamento elettorale della sinistra non mi sembra corrisponda la crisi degli ambiti che in questi anni hanno costituito le ossature del movimento. Se osservo i luoghi sociali che più frequento, un dato appare evidente: sono più frequentati oggi di ieri.
Le fiere dell’economia alternativa, i gruppi di acquisto solidale, i clienti delle Botteghe del Mondo, chi si preoccupa di testimoniare col proprio stile di vita una scelta alternativa, antagonista… non sono venuti meno, non sono «crollati» o in via di estinzione. Al contrario, sono persistenti ed in aumento. Ho ben presente che ciò non può costituire un campione rappresentativo, che in tale ambito esiste chi pratica tali scelte negandole valore politico, non correlandolo ad altri aspetti della propria vita e della società: non tutti i clienti delle Botteghe del mondo o dei Gas sono dei «rivoluzionari», lo sappiamo. Ma ciò ci dice qualcosa che parla di noi, che ci coinvolge nella «sconfitta», che allarga l’elenco di coloro che devono fare autocritica. L’errore che ci coinvolge è l’aver ideologizzato il movimento, l’averlo spesso assegnato d’ufficio ad una cultura da sinistra tradizionale, l’averlo tutto o quasi arruolato sotto vecchie bandiere. La verità è che parte dei marciatori di Genova, dei Forum sociali e delle manifestazioni per la pace assegnano il loro voto ad altri partiti, e non solo per i clamorosi errori della sinistra politica, o per – altro errore di analisi – mancanza di radicalità di sinistra. La verità è che concetti quali quelli di «lotta di classe» non rappresentano e coinvolgono una parte consistente delle persone coinvolte dal movimento, che il riferimento all’anticapitalismo non meglio declinato non è sufficiente ad aggregare; che l’antagonismo come concetto e come pratica viene spesso tradotto in forme che allontanano invece di avvicinare.
Che il riferimento attivo al comunismo inteso come perno dei propri valori e delle proprie scelte sociali è parte di una minoranza del movimento che si è attivato in questo decennio, e penso anche di chi votava fino a ieri a sinistra. Insomma: la mancanza di voti è certamente frutto della delusione del governo Prodi e del ruolo della sinistra [ma a mio avviso anche chi si era illuso troppo ha sbagliato], ma anche dell’incapacità dei partiti e della cultura della sinistra [chi più, chi meno: qualcuno ci ha provato al suo interno] di aggregare il pubblico potenzialmente interessato e concorde con i suoi contenuti, con i suoi obiettivi. Ecco l’esempio: nel novembre del 1999 io e Maurizio Meloni, gli unici due italiani coinvolti nelle contromanifestazioni al Wto di Seattle, decidiamo di scrivere i nostri report da laggiù al Manifesto. Ricordate bene l’impatto enorme in tutto il mondo che suscitarono le manifestazioni contro il Wto ed il fallimento di quella conferenza. Tutti i giornali parlarono di noi, scrissero dei due «testimoni italiani», ecc.. Grazie ai nostri articoli Il Manifesto era l’unico a pubblicare ogni giorno notizie informate di quanto accadeva, da dentro la rivolta: uno scoop giornalistico che portò ripetutamente i nostri articoli in prima pagina. Qualche giorno dopo la fine di tutto Il Manifesto decide di dedicare un Forum agli eventi di Seattle, investendoci due paginone.
Chi chiama per fare ciò e commentare la nascita del «movimento»? Luca Casarini e l’altro suo compagno, che ci avevano raggiunto laggiù dopo varie telefonate, quando tutto era iniziato, e dopo essersi assicurati che «gli scontri continuavano». E nella loro testimonianza – loro che non avevano mai partecipato a tutto il lungo percorso preparatorio – affermarono che il valore delle manifestazioni di Seattle e del relativo movimento stava nella radicalità della protesta, nell’occupazione di piazza, nel portare i propri corpi ad opporsi… Qualcosa di assolutamente nuovo interpretato col vecchio; eventi cui si era estranei interpretati per dare ragione alla propria parte politica… Ecco un motivo in più per spiegare perché oggi la sinistra non ha raccolto quanto seminato, e quanto di tuttora vivo esiste nella nostra società…
Oggi è dai contenuti che dobbiamo ripartire, è la capacità di aggregare che determinerà la qualità del nostro lavoro ed il futuro, è dalla critica al modello di sviluppo che nascerà la prossima sinistra.

Giorgio Dal Fiume [Bologna]

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