Ai presidianti di Vicenza

Cari amici, cara Cinzia, cari Olol, Marco, Francesco… confesso che solo ora, più di una settimana dopo il voto, sto cominciando a rendermi conto. La scomparsa dal parlamento della sinistra ha un significato che va molto oltre il peso effettivo della cosa: voglio dire che sì, quella forma della politica era evidentemente avviata al capolinea da molti anni, e la sua effettiva capacità di limitare i dannii erano molto modeste, come la partecipazione al governo Prodi ha dimostrato. Solo che abbiamo, anzi ho, sottovalutato la portata simbolica della scomparsa di ogni rappresentanza di sinistra, e non solo dal versante di quelli che hanno militato, votato, costruito la loro cultura attorno a quei partiti: che pure è un evento drammatico che colpisce tanti compagni, tante persone oneste che sono al fianco dei movimenti sociali di ogni tipo.
C’è però l’altro versante, quello dei poteri. I quali guardano a questo evento come a una liberazione. Le gabbie sono aperte, si sono detti, possiamo organizzare la caccia grossa nelle praterie sociali che nessuno più presidia. Alcuni esempi. Montezemolo che prima dà il benservito ai sindacati in blocco e, dopo qualche giorno, annuncia che ogni tipo di resistenza allo «sviluppo» sarà spazzata via [e Berlusconi annuncia per prima cosa che «i cantieri del Ponte e della Tav apriranno subito»]. Il leghista Maroni, prossimo ministro degli interni, dice «organizzeremo noi le ronde contro i migranti, i diversi e gli zingari»: tipico caso di movimento eversivo che «si fa Stato», come fu per le SA naziste. Enrico Letta, quello del Pd, liquida i contratti nazionali di lavoro: perché da quelle parti hanno ancora l’ansia, nonostante le botte che hanno preso, di assomigliare ai loro «avversari». Non parlo poi della questione della «sicurezza», inventata dopo un paio di episodi, a Roma, come ne capitano purtroppo ogni giorno. E’ come se la diga si fosse rotta, noi siamo i fiorentini nel ’66: gente, case, civiltà travolte da una marea di fango.
Ho visto altre due volte l’arrivo di Berlusconi al governo. Nel 1994, il giornale in cui lavoravo, il manifesto, propose quel che poi diventò la grande manifestazione del 25 aprile a Milano. Nel 2001, il nostro piccolo giornale e una quantità di altre associazioni e organizzazioni, vecchie e nuove, crearono il Genoa social forum e aprirono, nonostante le botte e le torture, uno spartiacque tra quel governo e la società. Nel ’94 la sinistra era al gran completo nelle strade di Milano. Nel 2001 la Cgil e i Ds disertarono, ma c’erano camere del lavoro e l’intera Fiom, e la sinistra «radicale». E quest’anno?
Dunque, la marea di fango questa volta non dovrebbe incontrare ostacoli. Montezemolo, Maroni e Letta vedono il mondo attraverso i media, e s’immaginano che, se non c’è alcun parlamentare di sinistra, non vi è più sinistra. E soprattutto che al di là, o sotto, la sinistra, non esista nulla, se non isolate resistenze, come la vostra o quella dei valsusini, facili da spazzare via. Ma è così? Intitoliamo questo numero «Strategia della lumaca» per suggerire che, cadute le vecchie forme piramidali della politica, si può più efficacemente organizzarne di altre, territoriali e orizzontali. E’ questo il messaggio del testo che pubblichiamo nelle prossime pagine, firmato da molte persone.
Ma non basta. Ho la sensazione che il nostro 25 aprile, la nostra Genova di questo Berlusconi III sarà, con tutte le differenze del caso, Vicenza. E’ attorno alla vostra lotta che si potranno annodare tutte le altre, se il giorno in cui sarete aggrediti saremo lì in 200 mila, come a Milano, o in 300 mila, come a Genova, o magari di più. Penso che dovremmo segnare nel calendario di questa estate la necessità di una gita nella città del Palladio. In ogni modo, questo è anche un messaggio di amicizia, anzi di complicità: non siete soli.

P. S. A proposito: chi avesse avuto dubbi sull’andare a votare alle comunali di Vicenza e di Roma, il 13 aprile, se li scrolli di dosso: domenica 27 bisogna proprio andarci, a votare.

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