Rimborsi elettorali 2008. Tutte le cifre degli sprechi

Uno studio dell'Agenzia di ricerca economico-sociale [Ares] sul meccanismo di spartizione dei fondi pubblici tra i partiti. Le elezioni anticipate sono state un affare per tutti.

*Austerità, questa sconosciuta!
*
Le elezioni politiche anticipate del 2008 hanno provocato, come è noto, un terremoto: unificazioni, ribaltamenti, sparizioni, semplificazioni I partiti che più ne sono stati svantaggiati hanno parlato di un vero e proprio tsunami. Girando tra le macerie si poteva quindi pensare che nel campo della spartizione dei rimborsi elettorali prevalesse un’atmosfera più dimessa, più austera, in linea con la crisi economica, con la semplificazione del sistema dei partiti e con i venti dell’antipolitica. E invece tutto il contrario. Perché le leggi attualmente in vigore in materia sono molto garantiste e sono capaci di far fronte a qualsiasi catastrofe, garantendo anche alle forze politiche più colpite [e non più presenti in Parlamento] la linfa vitale che ne permette il perpetuarsi o la rinascita a breve. Ed alle forze vincitrici di moltiplicare le loro fonti di finanziamento a danno delle perdenti.
In pratica, il monte complessivo dei rimborsi elettorali si è attestato quest’anno per Camera e Senato su 407.488.386 euro, somma da aggiungere ai contributi elettorali erogati agli stessi partiti per tutti gli anni della legislatura appena interrotta. Comunque una bella cifra, superiore a quella che ogni anno lo Stato destina alla cooperazione internazionale.
Da notare che l’ammontare del fondo sopra indicato aveva già subito una sforbiciata del 10 per cento nella finanziaria del governo Prodi, e ciò in omaggio al libro di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella ed alla necessità dei politici di dimostrare la volontà di risparmiare, tagliando, gattopardescamente, qualche punta di troppo, ma mantenendo l’essenziale.

Gioco al raddoppio
Per capire il meccanismo truffaldino occorre partire da una data: febbraio 2006. E’ ancora in sella il precedente governo Berlusconi, quando interviene una significativa modifica legislativa bipartisan che garantisce «l’erogazione del rimborso elettorale anche in caso di scioglimento delle Camere».
Che cosa significa? Prima della modifica normativa il gioco era semplice: ogni anno i partiti si dividevano, sotto la voce rimborsi elettorali, una torta di circa 50 milioni di euro. Cinquanta milioni, sia alla Camera che al Senato, per ognuno dei cinque anni di legislatura. E quindi, secondo logica, se la legislatura finiva il rimborso veniva interrotto per lasciare il posto a quello nuovo che comunque sarebbe arrivato. Grazie alla modifica 2006, invece, i partiti rappresentati nel prossimo Parlamento – molti dei quali assolutamente identici–intascheranno due volte il rimborso elettorale. Succederà ad esempio che partiti come Forza Italia o come il Pd sommeranno i rimborsi vecchi con quelli nuovi. Dal punto di vista di un banale calcolo di cassa, le elezioni anticipate convengono economicamente, in quanto i partiti già presenti nella legislatura interrotta potranno veder raddoppiate le proprie prebende.
Ma la leggina permette anche a quei partiti esclusi dal contributo 2008 per non aver raggiunto la percentuale di voto dell’1 per cento, di sopravvivere, incassando il vecchio contributo fino al 2011 [data in cui sarebbe finita la precedente legislatura].

Rimborso fittizio
Lo scandalo del doppio rimborso si aggiunge ad uno scandalo già in atto prima del 2006: il fondo dei rimborsi è una cifra fissa calcolata non in base a chi va effettivamente alle urne, ma sul numero degli aventi diritto. [E attualmente ogni avente diritto vale 5 euro]. Uno spreco nello spreco che vale alcuni milioni di euro. Si riproduce in pratica lo stesso meccanismo più volte denunciato per l’8 per mille alla Chiesa Cattolica. Anche in quel caso, infatti, il fondo spettante alla Chiesa, ed allo Stato, è calcolato in proporzione a un monte contribuenti comprensivo anche di chi non ha effettuato alcuna scelta. La furbizia degli italiani in questo campo è sempre accettata e premiata. Per capirci, in Italia anche quel 20-30 per cento che decide di non votare, contribuisce ad alimentare i fondi dei partiti, soprattutto i maggiori, per i quali non nutre alcuna simpatia.. Un esempio pratico. Nel 2006 per la Camera ha votato l’83 per cento degli aventi diritto. Se il rimborso fosse reale, cioè solo per chi ha votato, sarebbe stato pari a 41 milioni 789 mila euro, con un risparmio, secondo i conti effettuati da Silvana Mura [tesoriera del Partito dell’Italia dei Valori], di otto milioni di euro all’anno. Per il Senato, sempre nel 2006, ha votato il 76 per cento degli aventi diritto, pari a 38 milioni di euro con un risparmio di circa 11 milioni all’anno.
Si tratta evidentemente di leggi da cambiare, in quanto rappresentano uno schiaffo alla democrazia; un vero e proprio imbroglio ai danni degli elettori, ma per cambiarle dovrebbero essere d’accordo proprio i beneficiari.

Come si aggira un referendum
Tentiamo allora di riassumere i termini del colossale imbroglio.
Oltre all’indebito raddoppio delle prebende già illustrato ed allo sfruttamento illecito della volontà degli italiani che non votano, completano il quadro le seguenti anomalie.
Mani pulite e il successivo referendum avevano abolito nel 1993 il finanziamento pubblico ai partiti. Però nel 1999 l’istituto soppresso dalla volontà popolare rispunta fuori sotto la dizione «rimborso elettorale». Nessuno ha niente da eccepire: la previsione di un contributo alle spese elettorali di un partito è una cosa sacrosanta e democratica. Il rimborso viene calcolato in 800 lire per ogni voto ogni anno. L’arrivo dell’euro fa aumentare i prezzi di tutti i generi alimentari ma anche il rimborso ai partiti, che nel 2002–sempre governo Berlusconi–da 800 lire passa a un euro tondo per ogni voto. Qui qualcosa da protestare ci sarebbe, ma nessuno protesta. Ed allora la quota per ogni iscritto alle liste aumenta fino ad arrivare a cinque euro. E i rimborsi scattano per ogni elezione: europee, Camera e Senato, regionali, amministrative. Praticamente si tratta di un rimborso continuo che compare ogni anno nei bilanci di Camera e Senato. E, come si è visto, dal 2006 i rimborsi raddoppiano in caso di fine anticipata dell’assemblea eletta.
Ma c’è di più: esistono anche le scelte di aumento retroattive. Come quella passata sotto silenzio dell’ottobre 2002. Quando, dopo aver portato soltanto due mesi prima i rimborsi elettorali da due a cinque euro per ogni elettore iscritto alle liste, i parlamentari redistribuirono i soldi per le elezioni del 2001: 125.089.621 in più rispetto a quelli stanziati per il 2002. Praticamente ogni ciclo elettorale di cinque anni [politiche, europee, regionali, amministrative] ci costa un miliardo di euro. Ma un’inchiesta del «Sole24Ore» ha appena dimostrato che le finanze dei partiti, queste «associazioni non riconosciute», non sembrano aver proprio bisogno di nuovi afflussi. Stando ai bilanci, vanno tutti bene e sono in largo attivo nonostante qualche «buco del passato». I diessini, nonostante i buchi precedenti, avrebbero un attivo di 11 milioni e mezzo, pari al 27 per cento dei proventi totali del partito. I forzisti avrebbero un margine di circa 47 milioni grazie a introiti pubblici nello scorso anno per la cifra record di 134 milioni. I nazional-alleati più di 3 milioni. I casiniani dell’Udc ben 25 milioni, e perfino la Lega e Rifondazione comunista non sarebbero in rosso.
Ma si devono evidenziare anche alcuni rilievi formulati in materia della Corte dei Conti: risulterebbe che, a seguito della continua sovrapposizione dei rimborsi, vi sia una sostanziale differenza tra le spese dei partiti realmente effettuate e dichiarate in bilancio ed i rimborsi percepiti. Nel senso che questi ultimi sono quasi il doppio delle spese realmente uscite a fini elettorali. A questo punto chiaramente la caratteristica del rimborso elettorale viene a cadere. Il contributo diventa un vero e proprio finanziamento. Con i soldi statali infatti, oltre agli oneri elettorali, si finanziano giornali, si comprano sedi, si pagano stuoli di portaborse. E la volontà popolare espressa con il referendum viene ad essere completamente disattesa.

La torta 2008
Ma veniamo alle ultime elezioni politiche. Come sarà ripartita la torta di 407.488.386 euro?
E’ presto detto.
Partiamo dai grandi: Le urne hanno premiato il Pdl di Silvio Berlusconi, con conseguente soddisfazione dei tesorieri dei partiti che hanno dato vita al nuovo partito del predellino, Forza Italia e An in testa, fino ai cespugli e cespuglietti come Rotondi, Mussolini, i pensionati di Fantuzzo, eccetera. Spetterà a tutti questi partiti accordarsi per la spartizione di cinque assegni annuali che lo Stato staccherà per complessivi 160.446.990,4 euro. Poco, se si pensa che nel 2006 FI e An ottennero più voti e più soldi, in tutto 174,2 milioni che saranno incassati fino al 2011.
Alla sua prima prova elettorale il Pd riceverà un assegno [non trasferibile?] di ben 141.998.246,6 euro per la gioia del tesoriere Mauro Agostini. Prima i tesorieri erano due [Ds e Margherita] che stanno ancora amministrando i rimborsi della precedente legislatura. Anche la Lega ha di che gioire. Il suo rimborso, 35.339.331, rappresenta un boom rispetto ai 21,5 milioni della legislatura precedente. Grazie a qualche voto in più che l’ha portato ad una quota leggermente superiore all’1 per cento, il Movimento per l’autonomia di Raffaele Lombardo riceverà i 4.670. 297 euro che gli spetteranno per cinque anni.
Ben 21 i micropartiti che hanno mancato la soglia dell’1 per cento, i loro voti sono stati inutili ai fini dei rimborsi [oltre 1,6 milioni alla Camera e 1,2 al Senato], e sono andati a tutto vantaggio dei partiti che hanno superato il limite. Tra questi vi è anche il glorioso Psi di Boselli che per soli 8.942 voti non otterrà il rimborso che, se avesse raggiunto l’1 per cento, sarebbe ammontato a 2.128.319 euro. Ma i socialisti, fuori dalle Camere dopo 116 anni, potranno comunque continuare a usufruire dei contributi previsti dalla passata legislatura, cosa che permetterà loro di resistere fino alle prossime elezioni europee e regionali. Anche l’Udeur, pur non essendosi presentato alle elezioni 2008, continuerà a percepire i soldi della tornata 2006.
Nonostante i pianti e le tragedie manifestate dai loro esponenti e militanti, i partiti della Sinistra Arcobaleno, rimasti fuori dal parlamento, ma avendo superato l’1 per cento dei voti, sopravviveranno economicamente, usufruendo di 13.356.565. Nulla a confronto dei 51 milioni della tornata precedente. L’Udc di Casini riceverà 24.018.774, meno dei 32 milioni precedenti. Migliorato Antonio Di Pietro che potrà disporre di 18.427.608 euro , contro i 12 milioni di due anni fa. Infine Francesco Storace e Daniela Santanchè, pur fuori dal Parlamento, percepiranno 9.629.998 euro

Le presidenziali USA costano di meno
Secondo un recente articolo di Paolo Baroni apparso su «La Stampa», i partiti italiani sono i più cari d’Europa. Ogni anno assorbono 200 milioni di fondi pubblici, più delle presidenziali Usa.
Si ha il senso dello spreco quando si fa riferimento agli 80 milioni scarsi dei francesi o al tetto massimo di 130 dei tedeschi. Per non parlare dell’Inghilterra dove il finanziamento pubblico, tranne alcuni servizi a disposizione nel corso delle campagne elettorali, è limitato ad alcuni contributi concessi solo ai partiti di opposizione in Parlamento. Per tornare alla Francia, chi non raggiunge al primo turno almeno il 5 per cento dei suffragi non ha diritto a vedersi rimborsare neanche la metà di quanto ha speso.
Se è vero che tali discorsi vengono considerati dai politici come demagogici, appare veramente inaudito che nella legislatura appena finita, in parlamento, da varie parti politiche si sia tentato di introdurre nuovi o vecchi strumenti per ampliare il campo delle prebende ai partiti. Magari mascherati dietro proposte di legge in attuazione dell’art.49 della Costituzione, quello che disciplina l’attività dei partiti. Nei vari progetti si spendono parole grosse, come democrazia e partecipazione, si immaginano autorità di controllo, in alcuni casi si evocano i Padri della Repubblica. Ma poi, quando si va a stringere, negli articoli finali spunta inesorabile l’argomento soldi. In alcune proposte, si è riparlato della reintroduzione del 4 per mille, o di alcuni fondi per le minoranze interne, o di ampliamento del tetto per le erogazioni liberali private. Intanto viene introdotta anche la riduzione al 4 per cento dell’Iva sull’acquisto di beni e servizi, regalando così in tre anni altri 50 milioni di euro l’anno.

STIMA SPARTIZIONE RIMBORSI ELETTORALI PER I PROSSIMI 5 ANNI

Tenendo conto che nel 2009 vi sono le elezioni europee, nel 2010 quelle regionali e nel 2013 nuovamente le politiche [sempre escludendo altre elezioni anticipate], abbiamo cercato di stimare l’ammontare dei rimborsi elettorali che dovrebbero essere incassati dai partiti nei prossimi cinque anni. Evidenziando anche la quota di rimborso effettivamente usata per le spese elettorali rispetto alle quote presumibilmente utilizzate per pagare la «sottopolitica» [portaborse,funzionari di partito] e «altro» [sedi, assistenzialismo ecc.]. Naturalmente abbiamo fatto riferimento alle percentuali di voto delle politiche 2008.

Spartizione rimborsi elettorali 2008-2013 (in milioni di euro)

Partito rimborsi elettorali quota x elezioni sottopolitica altro

___________________________________________________________________________
PDL (Partito della Libertà) 745 298 240 207

PD (Partito Democratico) 654 261 210 183

Lega Nord 161 64 58 40

CASINI UDC 120 48 40 32

DI PIETRO IDV 85 34 30 21

MPA di R.Lombardo 16 6 6 4

RIFONDAZIONE 13 5 6 2

PDC 4 2 1 1

VERDI 4 2 1 1

LA DESTRA 3 2 0,5 0,5

SOCIALISTI 2,800 2 0,4 0,4

IN.DEMOCRATICA 2 2 _ _
_________________________________________________________________
TOTALI 1 miliardo 809.800 809,9 592,9 492,3

Dalla tabella risulta che i rimborsi elettorali vengono impiegati dai partiti solo per il 40 per cento per far fronte a spese elettorali effettive. Il resto viene spartito equamente tra costi della sottopolitica ed altro. Peraltro il finanziamento della campagna elettorale non è limitato allo stretto periodo previsto per le elezioni, ma a tutto l’arco dei cinque anni, e non è sottoposto a controlli sulle effettive uscite.
Si tratta quindi di un comportamento in stridente contrasto con la volontà popolare che si è espressa con il referendum, un persistente inganno della buona fede degli elettori,un escamotage per autoalimentarsi come struttura burocratica di potere e clientelismo.

ARES – Aprile 2008

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