Le elezioni anticipate sono state un affare per tutti i partiti. Il tutto grazie a una modifica alla legge sui rimborsi elettorali, approvata nel 2006, che consente anche a chi ha perso le elezioni di continuare a ricevere i fondi pubblici «come se» la legislatura finisse davvero nel 2011. Per i partiti più grandi, poi, questo vuol dire doppio rimborso. Le cifre sono contenute in uno studio dell’Agenzia di ricerca economico-sociale [Ares], disponibile in versione integrale sul sito di Carta. Lo studio parte dall’analisi del meccanismo normativo previsto dalla legge del 2006, che ha stabilito l’erogazione del rimborso elettorale anche in caso di scioglimento anticipato delle camere: «Prima della modifica normativa il gioco era semplice. Ogni anno i partiti si dividevano, sotto la voce rimborsi elettorali, una torta di circa 50 milioni di euro. Cinquanta milioni, sia alla Camera che al Senato, per ognuno dei cinque anni di legislatura. E quindi, secondo logica, se la legislatura finiva il rimborso veniva interrotto per lasciare il posto a quello nuovo che comunque sarebbe arrivato». La nuova norma, invece, ha consentito il cumulo dei vecchi rimborsi con quelli nuovi. Con un doppio risultato: i partiti che non hanno avuto rappresentanza in parlamento o che non hanno raggiunto la soglia dell’1 per cento per accedere ai nuovi rimborsi, continueranno comunque a ricevere i fondi della vecchia legislatura. I partiti che hanno superato l’1 per cento e che sono entrati in parlamento, sommeranno i rimborsi vecchi con quelli nuovi. Per i due partiti maggiori, è una montagna di denaro. Secondo i calcoli dell’Ares, nei prossimi cinque anni, passando attraverso le elezioni europee e le amministrative, i partiti italiani si spartiranno un «monte premi» di quasi due miliardi di euro. Per la precisione, 1 miliardo 809 mila 800 euro. La cifra comprende i rimborsi elettorali scattati con il voto del 13 e 14 aprile [più ballottaggio], più il residuo della passata legislatura.
Ares rileva che due meccanismi rendono questa cifra ancora più discutibile. Il primo è quello del criterio di definizione dell’ammontare del rimborso. Intanto, secondo i ricercatori di Ares, la cifra netta di ogni rimborso è stata aumentata, senza che nessuno abbia protestato, dalle 800 lire del 1999 ai 5 euro di oggi. Poi, il «monte voti» su cui calcolare l’ammontare complessivo dei rimborsi non è basato sulla percentuale di cittadini che effettivamente vanno a votare, ma sulla popolazione complessiva degli «aventi diritto al voto». Ciò vuol dire, in concreto, che a prescindere dal comportamento individuale dei cittadini, anche chi si astiene viene conteggiato. Eppure, anche un taglio dei fondi basato sull’effettiva affluenza alle urne, consentirebbe un risparmio di molti milioni di euro. Il secondo punto molto discutibile è che in realtà, i partiti usano a fini elettorali solo il 40 per cento dei fondi ricevuti. La Corte conti e alcuni studi indipendenti hanno rilevato che i bilanci dei partiti sono tutti in attivo, compresi quelli dei partiti minori, e che una parte molto consistente dei fondi pubblici alimenta non la macchina elettorale ma quella che Ares chiama «sottopolitica», ovvero il funzionamento dell’apparato dei partiti [sedi, funzionari, portaborse] a prescindere dalle elezioni. Ogni anno, la macchina politica costa 200 milioni di euro.
A titolo di confronto, Ares cita i dati di altri paesi europei: «Si ha il senso dello spreco quando si fa riferimento agli 80 milioni scarsi dei francesi o al tetto massimo di 130 milioni dei tedeschi. Per non parlare dell’Inghilterra dove il finanziamento pubblico, tranne alcuni servizi a disposizione nel corso delle campagne elettorali, è limitato ad alcuni contributi concessi solo ai partiti di opposizione in Parlamento. Per tornare alla Francia, chi non raggiunge al primo turno almeno il 5 per cento dei suffragi non ha diritto a vedersi rimborsare neanche la metà di quanto ha speso».
Tags assegnati a questo articolo: Partiti






