Roma e Vicenza, un catastrofico sisma politico e uno scuotimento più piccolo ma molto significativo. La vittoria di Gianni Alemanno nella capitale ha molte spiegazioni e avrà conseguenze numerose. L’intero progetto veltroniano, un Partito democratico in grado di contrapporsi da pari a pari all’alleanza berlusconiana, competendo sugli stessi temi – dalla «crescita» alla sicurezza, per dirne due – ne esce a pezzi. Così come il sistema di relazioni, di potere, creato in sedici anni da Rutelli prima e da Veltroni poi, da sindaci di Roma, frana di colpo. Non è servito dar la caccia ai rumeni, perché in fondo in questo sono più bravi i fascisti o post, né mettere in scena grandi spettacoli come la Festa del cinema, perché alla fine il Grande Intrattenitore è Berlusconi. E non è servito nemmeno l’appello all’antifascismo, contro Alemanno, che ha forse indotto a votare per Rutelli qualche migliaio di persone, troppo poche. L’alluvione, vista da Roma, sembra inarrestabile.
Però c’è Vicenza. Città profondamente democristiana, di destra, destinata fatalmente come tutte le alter città venete [tranne Venezia, che non fa testo] a finire nelle mani leghiste-berlusconiane. E invece fa eccezione, vince il candidato del centrosinistra, Variati, per il quale avevano deciso di votare tutte le componenti del movimento No Dal Molin, incluso il Presidio permanente [la cui lista aveva preso il 5 per cento]. Quel che non è riuscito a Veltroni, candidato l’industriale Calearo, è riuscito ai cittadini che si oppongono alla nuova base Usa. Come ha detto unod i loro a Carta, «abbiamo chiarito come si può tradurre lo slogan leghista ‘padroni a casa nostra’».
Roma è la fine di qualcosa. Vicenza – fatte le debite proporzioni – l’inizio di qualcos’altro.






