Potrebbe sembrare stravagante: mentre imperversa il dibattito post-elettorale, nasce il nuovo, temibile, governo e Alemanno festeggia in Campidoglio, Carta preferisca parlare di cibo. La copertina del numero in edicola da sabato 3 maggio [venerdì molte edicole saranno chiuse] è dedicata alla crisi mondiale dei prezzi agricoli, o meglio, alla penuria di cibo indotta da prezzi troppo alti. E’ una nuova forma di carestia: il cibo c’è, ed è anche molto, ma costa sempre di più, spesso troppo.
Per molti cittadini dei paesi del sud del mondo, vuol dire fame e quindi le rivolte che ci sono state da Haiti alle Filippine, dal Messico all’Egitto. Ma anche qui, nel nord che ha così tanta paura di perdere la propria ricchezza, le cose non vanno molto meglio. Basta fare un giro in uno dei 163 mila mercatini rionali d’Italia per rendersene conto. Stiamo parlando di Marte, «rosso pianeta bolscevico e traditor»? No, stiamo parlando di quei fenomeni globali–come le migrazioni tanto «care» alla Lega–che sono alla radice del senso di insicurezza che, stando all’entomologia del voto profusa in questi giorni, avrebbe orientato la scelta nel segreto della cabina elettorale. L’Italia, e la Roma post-veltroniana, pensano di poter avere ancora un ruolo globale. Come? Con 20 mila espulsioni in un anno? Proibendo la costruzione di nuove moschee? Con i dazi sulle importazioni cinesi o le ronde di quartiere? Nel dibattito partitico e nei media che lo presentano come «la» politica, ci si accontenta di discutere su quale sia il modo migliore «governare» gli effetti di smottamenti talmente grandi da essere invisibili. Una deriva dei continenti, di cui il voto delle valli bergamasche o delle periferie romane sono solo una faglia superficiale.






