Un gesto di pacificazione

Vorrei dire un’impressione su quel che sta capitando dentro Rifondazione comunista, da esterno al partito e amico di molte persone che vi investono energie e che stimo. Per altro, negli ultimi anni abbiamo – per quel che conta Carta–accompagnato, discusso, criticato i tentativi di rinnovamento culturale e politico e i ritorni all’indietro, fino alla manifestazione del 20 ottobre scorso, con la quale abbiamo cercato – insieme al manifesto e a Liberazione – di aiutare le sinistre ad uscire dal vicolo cieco in cui si erano cacciate, almeno secondo noi. Tentativo fallito, come il disastro elettorale ha dimostrato. Ora, a me interessa poco della cronaca dello scontro tra gli uni e gli altri: il manifesto ne fa già un resoconto minuzioso e molto dibattito si trova su Liberazione. L’osservazione che vorrei fare è un’altra, e riguarda la coerenza tra i fini e i mezzi, che è il nucleo culturale – diciamo così – di quell’atteggiamento non violento che, come si disse a suo tempo Rifondazione, doveva aiutare a scardinare una certa idea della politica di sinistra. Ho parlato con diversi compagni e amici che si sono «schierati» di qua o di là e ne ho ricavato l’impressione che, se si tralasciano le ricostruzioni degli eventi e gli addebiti reciproci su questo o quell’avvenimento degli ultimi tre anni, tutti o quasi stanno dicendo che si è sbagliato nel pensare che si potesse partecipare al governo con la speranza di condizionare la «sinistra moderata» e di ottenere cambiamenti sensibili nelle politiche liberiste obbligate. E che questa constatazione riguarda anche la crisi della rappresentanza, di fronte a una società tanto mutata, e della stessa forma partito.
Come dice un mio amico, anch’egli di Rifondazione, «sembra che stiano litigando tra chi vuole fare un partito e chi vuole fare un partito». E certo ciascuna parte desidera un partito diverso da quello dell’altra parte: chi dice preserviamo Rifondazione come utensile utile a ripartire dal «basso» e chi dice andiamo oltre Rifondazione per poter ripartire dal «basso». Il punto è però che non solo queste differenze, nei linguaggi surgelati che si adoperano, sono scarsamente comprensibili, ma soprattutto che–ecco i fini e i mezzi–uno scontro interno che tende a diventare cronico, sprizza veleni in ogni direzione e calpesta le persone, e insomma sembra solo una competizione per il potere [ma quale?], non sembra proprio la via più adatta per ottenere l’opposto di questo, ossia, come tutti dicono, la creazione di «luoghi» della politica radicalmente diversi, la cui prima qualità sarebbe la relazione tra le differenze, la pluralità, l’annullamento di ogni gerarchia [e potere]. A uno come me, che guarda preoccupato da fuori, viene da pensare che la lezione non è servita e che i miei amici di Rifondazione non siano evasi dalla prigione politica in cui si sono chiusi quando hanno deciso di andare al governo, e perfino che sia proprio lo scontro in sé la coperta di Linus che li consola della catastrofe elettorale: finché litighiamo, sembra che dicano, qualcosa ci lega.
Siccome ho una certa età, so bene che questa impressione sarà male accolta, come una intrusione e come moralismo da quattro soldi. Eppure, chiedo lo stesso un qualche gesto di pacificazione, tra i compagni di Rifondazione e soprattutto verso i loro elettori e militanti, e i movimenti, le reti sociali, le associazioni. In cosa possa consistere, proprio non so. Forse una dichiarazione pubblica comune, forse una porta spalancata verso il mondo, forse un congresso in cui non sia in palio alcun «posto», insomma qualcosa di sorprendente. Là fuori, in fin dei conti, ci sono Alemanno e Bossi.

  • articolo pubblicato da il manifesto giovedì primo maggio

Tags assegnati a questo articolo: elezioni

Mail_long
dello stesso autore
20 ottobre 8 marzo abbonamenti abiti puliti aborigeni acqua Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura. decrescita Aiab Aids altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina animalisti Annapolis antimafia api Argentina Armenia armi atomiche Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Banca mondiale Bangladesh banlieues Basilicata beni comuni bilanci partecipativo biocarburanti biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein Bologna Brasile brimania Britel Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Campania cantautore cantieri cantieri sociali carbone carcere Casa catania cemento censura cgil Chavez chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro città clima Colombia commercio equo commercio equo. decrescita conoscenza consumi consumo critico contadini cooperazione cornelio cornelio bizzarro cosa rossa cpt crisi alimentare critical mass Cuba De Gennaro Deavos decrescita decrescita. agricoltura biologica democrazia detenuti detenzione diritti disarmo documentario donne droghe ecologia ecomafia economia Ecuador editoria Egitto elezioni emissioni energia Epa Eritrea espulsioni Etiopia Europa expo fame fantascienza festival finanza finanza critica finanza etica finanziaria fiom forum forum sociale Forum sociale mondiale 2008 Francia fumetto G8