È passato un anno, già, da quando Nicolas Sarkozy ha vinto il secondo turno delle elezioni presidenziali in Francia. Una vittoria costruita sulla paura e l’ossessione della sicurezza, una visione paranoica della politica curata a colpi di schedatura generalizzata dei cittadini, dalla loro più tenera età, così da identificare i delinquenti in erba. Da allora, le cose sono andate come da copione. Niente folclore all’italiana, né braccia tese né croce celtica, ma un ben più sobrio ministero dell’immigrazione e dell’identità nazionale, in guerra contro i sans papiers. Una crociata destinata a conquistare la fiducia degli elettori dell’estrema destra, lasciati orfani dalle divisioni intestine nel Front national e dalle aggressive incursioni sarkozyste in territorio razzista.
Nell’anno uno della sua iperpresidenza, Sarko, a picco nei sondaggi, è tuttavia riuscito a sferrare un coup de maître ai suoi avversari politici. L’estrema destra è stata, di fatto, incorporata all’Ump. Il centro di François Bayrou, sorpresa delle presidenziali, è stato a sua volta pressoché annientato dalle avances della maggioranza. Il partito socialista non riesce a trarre vantaggio dal désamour dei francesi per il loro presidente e la sinistra radicale, divisa e litigiosa, cerca con affanno di sopravvivere. Da tutte le parti, ultima la Lega dei diritti umani, viene denunciata la «monarchia elettiva» che impera nel fu paese dei diritti umani. Dove ora la giustizia viene resa, come afferma la stessa ministra Rachida Dati, «in nome della legittimità suprema dei francesi che hanno eletto Nicolas Sarkozy per restaurare l’autorità».
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