Da modesto osservatore, mi sono chiesto, all’indomani della vittoria di Berlusconi [della Lega al nord, di Alemanno a Roma e di Lombardo in Sicilia], quale sarebbe stata la reazione di quelle reti comunitarie e quei movimenti sociali che secondo noi sono la base di una nuova cittadinanza, cioè di un’altra politica. Dal lato della sinistra, mi pare, c’è soprattutto stordimento e una certa tendenza a darsi addosso l’uno con l’altro, nonché la tentazione di individuare in un luogo e in una questione l’occasione per una qualche rivalsa o riaffermazione identitaria. Per esempio, dopo l’orribile episodio capitato a Verona, ho letto in questo modo i primi titoli di Liberazione che incitavano ad andare alla manifestazione prevista per il 17 maggio: poi ho letto quel che ha scritto Piero Sansonetti, ieri, e ho capito che, almeno da parte del quotidiano di Rifondazione, le intenzioni sono altre. Là comunità dei migranti, reti e centri sociali vogliono parlare ai loro concittadini veronesi, ricercano una convivenza civile che vinca quelle paure a suo tempo trasformate in voti dal sindaco Tosi. E dire «antifascismo», in questo caso, serve soprattutto a scavare un altro solco. S’è visto a Roma, in effetti, quanto poco sia utile cercare di alzare barricate di quel tipo.
Ma quello di Verona non è un caso isolato. La chiamata alle armi del «popolo di sinistra» non la fa nessuno, e anche se qualcuno la facesse non otterrebbe nulla. Perché quel che sta avvenendo, salvo errori, è che aggregazioni e organizzazioni sociali stanno cercando fili che le mettano in collegamento, nessi tra argomenti diversi, nei luoghi dove sono, nei territori e a scala regionale, bacino che viene evidentemente ritenuto abbastanza naturale. Il Patto di solidarietà e mutuo soccorso, che lega tutti i «No» [alla Tav e alla base di Vicenza, agli inceneritori e ai rigassificatori, ecc.], ha per esempio convocato per la prima volta un suo incontro meridionale [a Riace, in Calabria, il 23 e 24 maggio]. Il che ha provocato incontri preparatori dei movimenti di tutta la regione. In Umbria [dal 16 al 19 maggio a Ferentillo, Terni] si terrà il primo Forum dei beni comuni, promosso dai comitati della regione che difendono l’acqua o si oppongono a gasdotti. Nelle Marche, una serie di incontri in vari luoghi, per discutere la «Carta dei diritti del territorio», sta preparando un incontro regionale, che si terrà nella prima metà di giugno. In Sardegna, un primo coordinamento si è già formato [si chiama «Consulta delle terre libere»] e lavorerà nel prossimi mesi sul G8 della Maddalena e non solo. Cose simili potrebbero avvenire a Firenze e a Roma [la copertina di Carta settimanale è dedicata alla capitale e alle sue reti sociali]. La stessa manifestazione di Verona, insieme al successo dei No Dal Molin nelle elezioni comunali, potrebbero spingere al raccordo tra quelli che, nel nostro supplemento del nordest in uscita questi venerdì, chiamiamo gli «anticorpi» della società locale.
Bisogna prendersi sul serio. La «lettera collettiva» che abbiamo pubblicato due settimane fa [si trova sul sito di Carta], firmata da molte persone che hanno fatto un passo «oltre» la politica rappresentativa e verso un’altra politica, diceva appunto che è nei territori, nelle comunità, che si può rintracciare il filo da seguire. Perciò parlare di «manifestazioni» o «assemblee nazionali» non ha gran senso, se non in casi del tutto eccezionali. Quel che va fatto, mi pare, è cercare di essere utili a quel che si ricostruisce al di fuori della vecchia politica, là dove questo avviene.
- articolo pubblicato da il manifesto, giovedì 8 maggio 2008
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