La manifestazione romana di piazza Navona, quest’oggi, si è trasformata in un problema per il Partito democratico. Nel delirio del reality show politico italiano uno si dimentica pure di capire quali sono le cause di questo imbarazzo. Proviamo a ricostruirle. Di sicuro le difficoltà non sono dovute alle effervescenze giustizialiste di Grillo e Di Pietro, che pure ci sono. E neanche al rischio di critiche al presidente della repubblica, paventato dai tanti veltroniani imbarazzati di fronte alla richiesta di scendere in piazza contro i provvedimenti sulla giustizia del governo Berlusconi. Più semplicemente, la folla di piazza Navona, le sue voci diverse e per molti versi contraddittorie, segnalano il fallimento definitivo del progetto di Walter Veltroni per il Partito democratico. L’idea di costruire un partito autosufficiente e «riformista» [mai parola fu più misteriosa], soprattuto un partito di palazzo e non di piazza, è naufragata di fronte alla crisi in atto nel paese. E’ affogata nell’anomalia berlusconiana. Quando l’ex sindaco di Roma immaginava di scavalcare a destra, per pragmatismo e affidabilità, la destra berlusconiana, sottovalutava l’esistenza di pezzi interi del paese ansiosi di gettarsi nelle mani dell’uomo della provvidenza catodica. Così Walter ha asfaltato il sentiero della sicurezza trasformandolo nell’autostrada della demagogia emergenziale. Veltroni nel frattempo ha abbandonato senza scrupoli la pretesa di autosufficienza e ha rilanciato una nuova coalizione che andrebbe [nientemeno] «da Casini a Vendola». Ma fin quando non riconoscerà l’errore di aver trasformato la fiammella della sicurezza in un’incendio che ha devastato la foresta dei diritti, fatta di alberi che ci avevano messo anni a crescere, qualsiasi dietrofront sarà poco credibile. Per adesso, ci accontenteremmo di sapere che lo capiscano gli indignati di piazza Navona.






