Berlusconi «non sta bene»: questo è il cuore della campagna stampa contro il presidente del consiglio. Una polemica innescata dalle rivelazioni di Veronica Lario e rafforzata dalle rivelazioni sulla relazione tra Silvio e Noemi. Intanto, il premier lancia un plebiscito contro il parlamento. L'atto finale o una nuova fase del berlusconismo?
Non ci siamo mai appassionati alle frustrate urla degli anti-berlusconiani di professione. C’è più di una ragione per diffidare di quei moralisti sempre attenti all’etichetta regale di fronte alla regina Elisabetta ma casualmente distratti di fronte al razzismo del governo e alle campagne securitarie. Eppure, è impossibile far finta di nulla di fronte alle vicende del presidente del consiglio e alla escalation di notizie degli ultimi giorni. La campagna-stampa di Repubblica contro il premier e la sua amicizia con una minorenne era in corso da giorni quando il presidente ha scelto la platea del congresso di Confindustria per annunciare la contro-mossa. Ha minacciato di ricorrere ad una sorta di plebiscito per dare la mazzata finale ad un già tramortito parlamento: una belle «legge di iniziativa popolare» per svuotare l’assemblea rappresentativa di ogni centralità.
Si tratta di una sfida non da poco ad un’opposizone divisa e confusa. Ma soprattutto, la proposta è uno schiaffo al presidente della camera Gianfranco Fini, che da mesi non perde occasione di sottolineare la sua «maturità democratica» e di differenziarsi da SIlvio Berlusconi, il leader politico che ha «sdoganato» il suo Movimento sociale ricacciandolo fuori dagli scantinati fascisti della prima repubblica.
Una maggioranza amplissima eppure in affanno cerca di negare l’evidenza dell’empasse causato dalla questione di Noemi Letizia e della condanna all’avvocato Mills. Non bisogna dimenticare che stiamo parlando dei dirigenti di un partito che era condannato a essere in bilico tra l’estrema destra eversiva e il reparto geriatrico di un ospizio per bombaroli in pensione, accompagnati dai reduci della prima repubblica e dai funzionari di Publitalia protagonisti del partito-azienda. Questi fedelissimi, col codazzo di giornalisti e clientele varie che si sono costruiti negli anni, combatteranno con il telecomando tra i denti, fino all’ultimo lancio di agenzia, prima di consegnare il presidente all’esilio dorato di una delle sue ville delle Maldive. Non accetteranno mai di sacrificare Berlusconi sull’altare di una qualche «questione morale». Sono loro – si legge nei retroscena e nelle confidenze dei berluscones – a fargli coraggio e chiedergli di «andare avanti». Poche volte nella storia, soprattutto in quella dei regimi democratici, capita che un apparato di potere sia intimamente legato alla sopravvivenza di una sola persona. Questa è una di quelle.
Eppure, nessuno avrebbe pensato che il bipolarismo, ultima frontiera della democrazia dell’alternanza, avrebbe lasciato il posto all’andamento bipolare del carattere dell’anziano leader di Arcore. Nei giorni di depressione e sindrome di persecuzione minaccia il ritiro di fronte ai suoi collaboratori e rinuncia ai comizi elettorali con la scusa del ricorrente «torcicollo». In quelli di eccitazione e mania di protagonismo lancia proclami contro i suoi nemici e snocciola sondaggi entisiasmanti. Per questo il presidente del consiglio, un uomo di cui si ventilano ormai da settimane patologie di priapismo senile al limite della decenza, viene considerato da tanti sempre più «fuori controllo» eppure sempre più insostituibile.
Un’ampia maggioranza degli italiani continua a non distinguere le gesta del presidente del consiglio dalle vicissitudini del protagonista di un reality show. Come sanno tutti gli autori televisivi, i toni del talk show sono direttamente proporzionali all’indice auditel. Per questo hanno ragione quelli che, a destra come a sinistra, sostengono che tutto questo parlare di Noemi e alludere alle piccanti vacanze del premier fa il gioco del protagonista dello show.
Tuttavia, hanno ragione anche quelli che sostengono che non ci sarà nessuna via d’uscita perseguendo il «ritorno alla politica», rimpiengendo le rassicuranti «regole» e rannicchiandosi al calduccio dei «protocolllo istituzionale». La crisi economica e quella della rappresentanza impongono che la risposta al Termidoro mediatico non sia un semplice ritorno all’ancien regime. Il fallimento dei cosiddetti «poteri forti» [e di chi negli anni scorsi ha confidato, illudendosi di essere più furbo degli altri, in una alleanza con questi] nel fare piazza pulita del berlusconismo sta tutto qui. Berlusconi non è solo un pericoloso populista postmoderno: è anche una metafora rattrappita eppure efficacissima, verrebbe da dire preziosa. E’ il lato oscuro della crisi della democrazia noventesca e delle forme di vita contemporanee. Non si spiegherebbero altrimenti il consenso imbarazzante di cui gode, la sua capacità di affondare la sua azione nel terreno inesplorato della pura rappresentazione mediatica. Come in un episodio di Star Trek, è talmente inesplorato il mondo misterioso in cui siamo atterrati, che ad oggi nessun osservatore – che si tratti di un «politologo» o di un consumato uomo di partito – può ipotizzare qualsiasi meccanismo logico, qualsiasi relazione causa-effetto tra le verità che vengono a galla sulla condotta del premier e le reazioni dei suoi alleati e dell’opinione pubblica.






