Silvio Berlusconi e Barack Obama, due dei due fenomeni post-politici degli ultimi anni, si apprestano a prenotare un podio catodico per rivolgersi ai telespettatori per chiedere loro sostegno in un momento difficile.
Obama la settimana prossima si presenterà davanti alle telecamere per spiegare agli statunitensi i motivi che lo hanno indotto ad accettare l’aumento delle truppe sul fronte afghano. Secondo le indiscrezioni pubblicate oggi da molte testate statunitensi, contemporaneamente Obama annuncerà la data in cui avranno inizio le operazioni di uscita dalla guerra. Oltre al disastroso esito delle operazioni militari in Afghanistan e al crescente dissenso della popolazione statunitense nei confronti della guerra, la definizione di una exit strategy è una scelta obbligata legata alla crisi economica: Obama ha annunciato che la crisi è tutt’altro che finita, dunque [aggiungiamo noi] i miliardi di dollari investiti nella fallimentare impresa afghana devono tornare in patria.
Berlusconi sente il bisogno di parlare ai suoi elettori. Ha fatto sapere ieri di voler andare in tv e raccontare tutta la verità sulla giusitizia e sui motivi che lo inducono a smantellare il sistema processuale per mettersi al riparo dai processi presenti e futuri che incombono sulla sua persona e sull’ancora misteriosa origine delle sue fortune economiche. Oggi il disegno di legge sul «processo breve» va in commissione al senato e la frettolosa road map tracciata dagli avvocati del premier è costellata da imprevisti, a cominciare dalla prova di forza tra il presidente del consiglio e Gianfranco Fini. Berluskane si sente talmente sicuro del fatto suo da trasformare un’emergenza personale in fatto politico, da imporre al dibattito pubblico le sue pendenze giudiziarie senza nessun rispetto per le migliaia di uomini e donne che salgono sui tetti o scendono in strada per difendere il loro lavoro. Fino a quando durerà?






