La crisi dei partiti e le regionali impazzite

Il risiko delle candidature alle elezioni regionali di marzo evidenzia la crisi del Partito democratico ma anche il progressivo [e sempre più a fatica mascherato] smembramento del Pdl. Appunti dalla fine della «seconda repubblica».

Dopo qualche mese di inseguimento e pestaggio del can per l’aia, di gossip politico e di analisi del pettegolezzo, di cronache minimaliste e ricostruzione di tattiche, di mappe di correnti e alleanze segrete, anche i grandi giornali cominciano ad accorgersi dell’unico dato certo dello scenario politico italiano a venti mesi dalla vittoria straripante delle elezioni di Silvio Berlusconi: dopo i primi mesi di one man show berlusconiano i due perni attorno a cui doveva ruotare la prodigiosa macchina dell’alternanza maggioritaria [su questo concordavano appassionatamente sia Berluskane che Weltroni non più di venti mesi fa] fanno acqua da tutte le parti, perdono pezzi, inseguono affannosamente variabili al di fuori della loro influenza.
Il partito di Bersani è rovinosamente caduto in Puglia alle primarie ed è stato mestamente scavalcato dalla disinvoltura pannelliana nel Lazio. Ma la crisi del Pd cammina assieme a quella del Pdl. Basta spostare la calzamaglia che copre le smagliature e le cicatrici di Berlusconi, basta guardare attentamente per individuare le macerie del sedicente «partito unico del centrodestra».
Già da qualche settimana è emersa una tendenza abbastanza clamorosa: neanche un candidato berlusconiano di stretta osservanza è in lizza per la presidenza di una giunta regionale. Uno strano fenomeno, per un partito cucito attorno alla figura del premier e che ambisce ad adattare la costituzione materiale ad una formale che vorrebbe il premierato forte, se non il presidenzialismo. La cosa sembrerebbe dar ragione a quelli che sostengono che con equilibri ancora incerti e in maniera fluida, contraddittoria e ancora parziale, il post-berlusconismo è gia sceso in campo e muove i suoi primi e incerti passi.
Ma c’è di più. Se gli ambiziosi architetti delle cattedrali del maggioritario si mettessero in cerca di una regione in bilico in cui assistere a un duello all’ultimo sangue tra un candidato governatore del Pd e uno del Pdl rimarrebbero a bocca asciutta: dalla girandola del toto-candidature e dal tira e molla isterico delle spartizioni locali e delle correnti nazionali viene fuori che in nessuna regione vedremo quel duello. Lo scontro Pd-Pdl, che pure viene rappresentato nelle cronache politiche, è un fenomeno marginale.
In Veneto sarà Giuseppe Bortolussi, un esponente della Associazione di categoria degli artigiani e delle piccole imprese, a sfidare l’impomatato difensore dell’autarchia regionale Luca Zaia. In Piemonte Mercedes Bresso del Pd avrà a che fare non con uno del Pdl ma con Roberto Cota. L’invincibile armata berlusconiana ha consegnato gran parte del nord alla Lega, con l’eccezione della Lombardia di Roberto Formigoni, che però è più un alleato di Berlusconi che un suo uomo. Dando per scontato che le regioni rosse del centronord [Emilia, Marche, Toscana e Umbria] vadano al centrosinistra, per misurare davvero la temperatura del paese bisogna scendere fino al Lazio e alla Puglia. Ma anche qui chi vuole chi pensa ci muoviamo verso il bipartitismo avvrà un giramento di testa da smarrimento. Nel Lazio, il Pd schiera Emma Bonino e il Pdl Renata Polverini, cioè due outsider. Anche qui, il Pd, preso dalle difficoltà e dal rocambolesco esito della giunta Marrazzo, non ride. Ma il Pdl è combattuto: i falchi berlusconiani hanno dovuto accettare, pena la sconfitta, l’alleanza locale con l’Udc. In pratica hanno concesso che la Regione Lazio si trasformi in un laboratorio del progetto finiano di una «destra europea», lontana dalle sgrammaticature populiste dell’uomo di Arcore. Significa dunque che se Polverini dovesse vincere, ci troveremmo di fronte a un’escalation dell’offensiva finiana dentro il centrodestra. Ma se l’ex segretaria Ugl dovesse perdere, sarebbero i berlusconiani a chiedere il conto ai finiani. Comunque vada, insomma, per i destri sarà una gatta da pelare grossa come una tigre. Veniamo alla Puglia. Le tattiche da ragioniere della politica di Massimo D’Alema hanno rischiato di indebolire il presidente uscente, dividere il centrosinistra e consegnare la vittoria alla destra su un piatto d’argento. Ma non si capisce la crisi drammatica del Pd se non si legge assieme a quella permanente del Pdl. Non è un caso che quest’ultimo abbia scelto un candidato di basso profilo come Rocco Palese, e che Adriana Poli Bortone, donna forte della destra salentina, sia scesa in campo frantumando il centrodestra.
Sul Corriere della sera persino Ernesto Galli Della Loggia prende atto del fatto che siamo «alla disarticolazione del sistema politico nazionale in tanti sistemi periferici». Il Pd non riesce a uscire dall’immobilismo ma il Pdl non riesce a decidere su nulla, tranne che sulle leggi che servono al suo grande capo. E’ come se nessuno dei grandi partiti sia capace di costruire un blocco sociale, proporre alleanze alla società divisa e spaesata, mettere in piedi convergenze che non siano dettate da campagne mediatiche [la sicurezza] o da gruppi di interesse specifico [il nucleare]. Si parla della fine ingloriosa di un giocatore di poker come Bettino Craxi per esorcizzare le tempeste all’orizzonte dei partiti politici. Per interpretare la strana fase che stiamo vivendo bisognerebbe ricordarsi la frase che disse il leader socialista quando gli chiesero cosa lo costringesse a gettarsi al centro dello schieramento politico ad ogni costo: «Se non governo, nel giro di poche ore mi mollano tutti».

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