E alla fine ha vinto lui. Il famigerato, il traditore: Nicolas Sarkozy.
Malgrado una mobilitazione elettorale mai vista in Francia [85 per cento di partecipazione al voto contro 75 per cento nel 2002], il miracolo che molti si erano sorpresi ad aspettare non c’è stato. “Sarko” ha vinto con facilità e ampio margine: con il 53,1 per cento dei voti gode di un innegabile sostegno. Sarkozy, ministro [degli interni dal 2002 al 2004 e dal 2005 al 2007 e ministro delle finanze nel 2004] è riuscito a spacciarsi per il candidato della “rottura” e del rinnovo della politica. Di quale rottura si tratti esattamente lo scopriremo molto presto, ma la campagna elettorale e gli anni scorsi ci hanno già permesso di farci un’idea. Sarkozy ha pianificato la rottura con la destra moderata e si è appropriato delle idee della destra dura di Jean-Marie Le Pen, quella che se la prende con i migranti e i “fannulloni”.
Un tour de passe-passe che rischia di venire a galla molto presto, quando il presidente “di tutti i francesi” inizierà a mettere ulteriormente a repentaglio i diritti sociali dei lavoratori, o a disegnare una Francia in cui “l’identità nazionale” avrà un suo ministero. L’annuncio di una nuova legge sull’immigrazione rischia di darci la misura dei cambiamenti. Il primo discorso di Nicolas Sarkozy, d’altronde, non ha lasciato spazio al dubbio: “Il popolo francese si è espresso–ha detto–Ha scelto di rompere con le idee, le abitudini e gli atteggiamenti del passato. Voglio riabilitare il lavoro, l’autorità, la morale, il rispetto, il merito. Voglio riabilitare la nazione e l’identità nazionale. Voglio ridare ai francesi la fierezza di essere francesi. Voglio chiudere con il pentimento che è una forma di odio di sé, e la concorrenza delle memorie che alimenta l’odio degli altri”.
E oggi più che mai, suonano attuali le parole di una grande donna della Resistenza francese, Lucie Aubrac: “Il verbo resistere deve sempre essere coniugato al presente”, amava ripetere.






