Vedendo “Sir! No Sir!”, il lungometraggio pluripremiato di David Zeiger che dal 9 giugno trovate in allegato a Carta Etc con 9,90 euro, si abbandona definitivamente quel pizzico di anti-americanismo che ci sorprendiamo a coltivare, anche se ascoltiamo il rock’n’roll, leggiamo Kurt Vonnegut e ci consideriamo membri onorari della famiglia Simpson.
Di più: man mano che le immagini si succedono davanti ai nostri occhi, ci si riconcilia persino con la mascella volitiva di John Wayne, col settimo cavalleggeri che in “Apocalypse now” rappresenta la follia della guerra in Vietnam, e con le divise verdi delle Armate dell’Impero. “Sir! No Sir!” fa raccontare direttamente da chi l’ha vissuta la storia del Gi movement, il movimento dei soldati statunitensi che decise che la spaventosa macchina della guerra in Vietnam doveva essere fermata dall’interno. E che mise in pratica azioni di insubordinazione, vere e proprie rivolte nelle prime linee del conflitto, referendum popolari nelle città statunitensi che ospitavano le basi d’appoggio alla guerra: il Pentagono contò più di mezzo milione di gesti di ribellione da parte dei suoi soldati.
“Il Gi movement non prese piede nei campus universitari, ma nelle camerate e sulle rampe di lancio–ha spiegato Zeiger–È fiorito nelle caserme e nelle città polverose che ospitavano le basi militari. Ha penetrato le élites dei collegi militari, come West Point. E si è diffuso nei campi di battaglia in Vietnam. È stato un movimento che nessuno si aspettava, nemmeno quelli che ne facevano parte. Centinaia di loro finirono in prigione e migliaia in esilio. E dal 1971, come ha spiegato un colonnello, ha contaminato l’intero esercito. "Ero parte del movimento negli anni sessanta. Per due anni ho lavorato come civile all’Oleo Strut di Killeen, nel Texas, una delle dozzine di caffetterie che furono aperte vicino alle basi militari per appoggiare gli sforzi dei soldati pacifisti. Ho contribuito a organizzare manifestazioni contro la guerra di oltre mille militari; ho lavorato con persone che venivano da piccoli centri e da ghetti metropolitani, che si erano arruolate ed erano andate in Vietnam senza accorgersi del pericolo e rischiavano la vita per fermare la guerra. E ho contribuito a difenderli quando finivano in galera”.
Zeiger afferma esplicitamente che il suo film è una “metafora storica”. Il parallelo con la situazione di oggi, con i due fronti aperti dagli Usa in Afghanistan e Iraq, è fin troppo evidente, tanto che nel film non viene neppure enunciato, sarebbe stato pleonastico. Quando i soldati di trent’anni fa raccontano dell’"agente orange" utilizzato contro le popolazioni vietnamite, stanno parlando anche dell’uranio impoverito e del fosforo di oggi. “Eravamo obbligati a partire, quindi il desiderio di ribellarsi all’autorità era più forte–ha raccontato Michael Uhl, soldato pacifista dei Veterans for peace presentando il film al Tekfestival, rassegna romana di documentari–Il nostro dissenso si intrecciò con il movimento studentesco e fu parte della rivoluzione culturale che contagiò gli Stati uniti. I soldati di oggi non sono militari di leva, hanno in media 25 anni [in Vietnam 19], provengono da una classe operaia con più garanzie e sono per lo più diplomati. Oggi però c’è un’altra forma di coscrizione, di tipo economico. Basta pensare alla Guardia nazionale, formata da soldati part-time che hanno lavoro e famiglia e vanno al fronte solo per guadagnare. Non hanno motivazioni forti, infatti il 72 per cento dei militari al fronte è favorevole al ritiro delle truppe. Vogliono solo sopravvivere e tornare a casa, ma il loro dissenso non è politicizzato come il nostro”.
Alla fine del 1968, un gruppo di soldati pacifisti decise di protestare contro la guerra al presidio di Stockade, a San Francisco, in cui prestavano servizio. Secondo Randy Rowland, uno degli ammutinati, quell’episodio è molto rappresentativo del Gi movement". Eravamo soprattutto giovani lavoratori influenzati da quanto accadeva nel mondo, la nostra visione negativa degli Stati uniti era stata confermata dalla guerra, dai militari e dalla brutalità delle torture che subimmo dietro le sbarre. Non avevamo niente da perdere, e non convidevamo niente di quello che pensavano loro e della loro società". Uno degli slogan preferiti degli afroamericani sul fronte vietnamita era “Nessun vietcong mi ha mai chiamato negro”. L’insurrezione black divenne una della cause primarie della sconfitta statunitense. Ciò accadeva soprattutto nelle zone del Vietnam lontane dai combattimenti più duri, dove invece le reclute erano costrette a stare unite e proteggersi a vicenda al di là delle opinioni politiche. Secondo “Storm Warning”, la rivista dei Vietnam veterans against the war, “l’esercito statunitense prese sempre di più la forma delle ‘due armate’: da una parte i militari veri e propri; dall’altra gli afroamericani, i membri delle altre minoranze e i ‘grays’, come venivano chiamati i bianchi che solidarizzavano con gli afroamericani e si identificavano più con gli esclusi che con la classe dominante”.
La star del basket Nba statunitense Kareem Abdul Jabbar, nella sua autobiografia “Giant Steps”, racconta la storia del suo amico Munti, indicativa del clima che si viveva in quel periodo. “Vivevamo nello stesso palazzo–racconta Abdul Jabbar–Partì alla volta del Vienam tutto esaltato. Un giorno, nella giungla, la sua pattuglia cadde in un tipico tranello dei vietcong. Cammini su un sentiero fin quando non ti ritrovi circondato. Molti dei suo commilitoni vennero colpiti dal fuoco nemico, e Munti venne ferito da un proiettile a frammentazione. Alcuni stavano morendo, e ad un certo punto un vietcong smise di sparare e disse: ‘Perché ci state combattendo, fratelli?’. Com’era cominciato, l’agguato finì. Dopo questo episodio Munti cambiò e decise che non avrebbe più combattuto”.
Nel suo libro-reportage sulla guerra in Vietnam, intitolato “Flower of the dragona”, il giornalista Richard Boyle racconta di aver trovato in un appartamento militare decine di soldati a fumare marijuana e discutere. “Sembrava abbastanza semplice–racconta Boyle–la guerra sarebbe finita quando i soldati si sarebbero rifiutati di combatterla. Ho sentito reclute ripetere più volte che l’uomo che impugnava l’Ak47 [il fucile sovietico dei vietcong, Ndr.] era solo un’altra persona come loro”. Finirono per organizzare una manifestazione contro la guerra per il giorno di Natale di fronte alla cattedrale nel cuor di Saigon, la capitale vietnamita occupata dagli statunitensi. “Fu la prima volta che vietnamiti e statunitensi manifestarono insieme”, racconta Boyle. Era il 1969. Nello stesso anno, il soldato Dave Blalock arrivò in Vietnam. Fu avvicinato da un sergente afroamericano soprannominato “Sugar-Bear”: “Mi prese da parte e mi disse ’Blalock, non siamo qui per uccidere nessun vietcong, siamo qui per sopravvivere–racconta in un ricordo pubblicato sempre su "Storm Warning”–Una volta Sugar Bear mi chiese se sapevo cosa fosse l’imperialismo–prosegue Blalock–‘Intendi la Chrisler Imperial [un modello di auto, Ndr.]?’, riposi. Scoppiò a ridere, e mi invitò a partecipare al suo gruppo di discussione. Riceveva il giornale delle Black Panthers. Cominciammo a parlare, la maggior parte erano afroamericani, ma c’erano anche dei bianchi. È lì che ho imparato a sillabare la parola ’Amerikkka’".
Cinque anni dopo gli Usa avrebbero abbandonato il fronte vietnamita.
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