Le regole

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I taxisti mi fanno arrabbiare. Potrebbero essere una bombola d’ossigeno per le città soffocate dalle automobili, e invece difendono accanitamente i loro orti, in cui crescono licenze carissime e rarissime. Se arrivate in treno a Roma, capitale del paese, dopo le 11 di sera, potete anche unirvi ai poveracci che dormono per strada lì intorno: le possibilità di trovare un taxi sono quasi nulle, e mandrie di turisti con grosse valigie si chiedono angosciati: com’è che in Italia non si trovano taxi? E ora, cosa facciamo?
Premesso questo, mi fa ancora più arrabbiare il modo con cui il governo dell’Unione, e in particolare il ministro “fossile” [come Carta lo ha opportunamente battezzato] Bersani, decide e fa le cose. Nel settimanale che esce questo sabato, offriamo in lettura una lunga conversazione con Paolo Ferrero, nostro amico nonché unico ministro di Rifondazione, con cui abbiamo discusso di questo: come si fa a cambiare stile, nel modo di governare, aprendo una fitta interlocuzione con la società civile? Ora succede che Bersani vara un disegno di legge sull’energia [a tutto gas, ignorando in pratica le fonti alternative] senza sentire il bisogno di incontrare le molte comunità locali che si sono ribellate a centrali a gas e carbone, ad inceneritori e rigassificatori [quelli che riportano allo stato gassoso il metano trasportato liquido sulle navi]. Ora annuncia al paese le sue “liberalizzazioni”, per esempio quella dei taxi, senza minimamente consultare le organizzazioni dei taxisti: che avranno pure torto, ma sono pur sempre gente che lavora, conosce il suo mestiere e magari può decidere di assumere un atteggiamento utile alla comunità e suggerire soluzioni al problema. Magari no, ma il metodo della partecipazione, del dibattito, sarebbe ciò che distingue un governo di destra da un governo di centrosinistra. Forse.

Lo segnaliamo ai nostri amici divenuti parlamentari, ministri, viceministri e sottosegretari [del resto, lo sanno bene anche loro]: condurre una trattativa chiusa tra i partiti su un tema “sensibile” come l’Afghanistan, ad esempio, è per la sinistra pacifista una scelta suicida. Si fosse seguito quel metodo, Nichi Vendola non sarebbe presidente della Puglia, perché è evidente che, in un conciliabolo tra i segretari pugliesi di Ds, Margherita, Rifondazione, Udeur, ecc., l’idea di un candidato tanto atipico avrebbe suscitato spavento e scandalo. Ci vollero le primarie, per rovesciare il tavolo della politica.

Lo stesso vale per l’editoria cosiddetta “debole”. Il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Levi, ha annunciato in commissione cultura della camera [presieduta da Pietro Folena], che i fondi per l’editoria saranno tagliati: 2 milioni quest’anno, 50 nei prossimi due anni. Ed è vero che le provvidenze all’editoria cooperativa e politica sono uno scandalo: i giornali di partito prendono molti più soldi e subito, le cooperative molti meno e dopo 5 anni di attesa; tra le cooperative ce n’è moltissime false e in realtà sono tentacoli, di nuovo, dei partiti, ecc. Ma la soluzione migliore è quella di buttare il bambino [le cooperative come il manifesto e Carta, ad esempio] con l’acqua sporca [i finti quotidiani di partito come Europa o La Discussione]? E comunque: vogliamo parlarne con gli interessati?

Il ministro “fossile” Bersani ha detto l’altro giorno, di fronte alla rivolta dei taxisti, una frase che andrebbe scolpita nel marmo: sulle regole non si tratta. Ma se non si tratta sulle regole, su cosa? Non sono le regole ciò che stabilisce una convivenza magari conflittuale ma condivisa? E chi le fa, le regole? Chi ha acchiappato un po’ di voti e ha quindi il potere di fare come gli pare? L’idea della politica che hanno molti dell’Unione è altrettanto inquietante di quella dei berlusconiani: da una parte, c’è il ceto mandarino che fissa le regole per tutti, a prescindere; dall’altra l’accaparramento personale. In tutti e due i casi, la democrazia è solo una perdita di tempo.

Quelli della Val di Susa, la cui camminata “a velocità d’uomo” sta percorrendo la penisola nel più buio dei silenzi dei media, ma viene accolta da comitati, movimenti e municipi che vorrebbero ridiscutere le regole dello “sviluppo”, il loro diritto ad essere considerati degli interlocutori se lo sono guadagnato duramente. Temo che questo valga anche per taxisti, pacifisti, sostenitori delle energie alternative, giornali cooperativi e per chiunque: abbia più o meno ragione.

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