È dal 1958, anno di approvazione della legge Merlin, che il mestiere più vecchio del mondo non trova spazio in parlamento per un «ammodernamento» normativo. Quasi cinquant’anni fa, con la la legge numero 75, la senatrice socialista Lina Merlin abolì le «case di tolleranza». Da allora nessun governo è stato in grado di trovare una soluzione per regolamentare la prostituzione e combattere lo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso.
La questione è tornata alla ribalta, all’interno del vasto capitolo della «microcriminalità» e della «sicurezza delle città».
Nel clima da tolleranza zero, che punisce i lavavetri, mette una taglia sui writers, reclama sindaci-sceriffi e trasforma gli sfruttai in criminali, non potevano mancare le prostitute. Niente di nuovo, ciclicamente il problema si propone e puntualmente non segue nessuna soluzione. Ieri il segretario romano di Rifondazione, Massimo Smeriglio, ha parlato di «parchi del sesso». «Una ricetta non da sinistra – ha detto Smeriglio–ma certo più utile per governare le contraddizioni su un tema delicato e complesso qual è il racket delle donne e delle bambine».
Le dichiarazioni vanno di pari passo con le retate. Due giorni fa una task-force dei vigili capitolini ha fermato 54 lucciole, tra cui venti minorenni. Un’ulteriore testimonianza del fatto che l’utilizzo delle telecamere nelle vie a più alta densità di prostituzione, adottata come deterrente in alcune zone della capitale, si è rivelato un inutile palliativo.
Sempre ieri è arrivata la proposta del sindaco di Genova, Marta Vincenti, di punire i clienti delle baby prostitute «con denunce a domicilio». Un’ordinanza che il sindaco Ds presenterà martedì al Tavolo della sicurezza nazionale come esempio anche per le altre città italiane. Un provvedimento già pronto, studiato e scritto per «rendere la vita difficile a quanti vanno con le minorenni, renderli complici di chi sfrutta le ragazzine schiave», ha dichiarato Vincenzi.
Guarda il problema da un altro punto di vista la parlamentare transgender Vladimir Luxuria. «Bisognerebbe considerare le prostitute come lavoratrici, quando non sono minorenni e se la loro professione è frutto di una scelta libera – ha detto–In questi casi lo Stato dovrebbe assisterle e non criminalizzarle». Di opinione opposta è il vicesindaco di Milano Riccardo De Corato, di An, che propone di punire penalmente sia le prostitute che sercitano per strada (eccetto quelle costrette dal racket) che i clienti che reiterano «il reato».
Si scontrano evidentemente sensibilità diverse. Livia Turco nel 2001, da ministro delle solidarietà sociale del governo Amato, aveva proposto la creazione di cooperative di prostitute in abitazioni private. Altri invece preferiscono una soluzione di «zonizzazione» (zoning), ovvero la costruzione di aree ben delimitate lontane dalle abitazioni ma sufficientemente «sicure» per garantire alle lucciole di non mettere a rischio la loro incolumità come a Mestre (vedi Carta Estnord n. 19 del 2007).
In paesi più lontani dal Vaticano la soluzione si è trovata da tempo. In Olanda, la prostituzione si svolge soltanto in luoghi ad essa deputati, come i quartieri a luci rosse, dove le prostitute pagano regolarmente le tasse, con conseguenti controlli medici, di ordine pubblico e fiscali.
Coerente con la logica securitaria che vede problemi sociali legati alla prostituzione accostati a questioni di sicurezza, è stato interpellato sull’argomento il ministro degli interni Giuliano Amato. «Non è possibile certo proibire la prostituzione- ha dichiarato dalla festa dell’Unità di Bologna- ma bisogna toglierla dalle strade». In questa direzione va l’incarico alla sua sottosegretaria Marcella Lucidi (Ds), alla quale è stato affidato il coordinamento dell’Osservatorio sulla prostituzione. Il suo compito è di presentare entro il 5 ottobre una proposta anti-prostituzione di strada da inserire nell’ormai famigerato «Pacchetto sicurezza». A meno che il governo non decida alla fine per un disegno di legge organico per la riforma dell’immodificabile legge Merlin.
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