Birmania. I militari alzano il tiro

“Siamo pronti ad azioni estreme”, con queste parole giovedì mattina le forze di sicurezza birmane hanno intimato ad almeno diecimila persone che manifestavano contro il governo nell’ex capitale Rangoon di disperdersi. L’invito non è stato ascoltato e i militari hanno aperto il fuoco. Tra le vittime della nuova escalation anche un fotoreporter giapponese. Non sarebbe l’unico: secondo alcune agenzie di stampa, in particolare la tedesca Dpa, anche un giornalista tedesco sarebbe rimasto ucciso sotto i colpi dei militari, che hanno sparato ancora sulla folla. Inoltre, alcuni hotel di Rangoon sono stati perquisiti dai soldati, che presumibilmente cercavano i giornalisti che stanno raccontando la protesta dei cittadini.

La repressione, però, non fa che accrescere l’isolamento internazionale della giunta militare, che ha schivato per un soffio una risoluzione del consiglio di sicurezza dell’Onu. Alle proteste delle associazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, si sono unite quelle delle organizzazioni buddiste di tutto il mondo. L’Unione buddista italiana ha chiesto “l’intervento delle istituzioni nazionali e internazionali per indurre il governo dell’ex Birmania a rinunciare all’uso della forza”. Condanne sono arrivate dal parlamento europeo e dalla Casa bianca, ma anche – ed è un fatto nuovo – dalla Cina. Il governo di Pechino ha invitato la giunta militare “alla moderazione”. Un invito tardivo e sottotono, che tuttavia testimonia la difficoltà del governo cinese di continuare a coprire politicamente il comportamento dei militari birmani.
Le iniziative di proteste e solidarietà si moltiplicano in tutto il mondo. Anche a Roma, alle 18, è prevista una manifestazione davanti al Campidoglio, mentre dai gruppi dell’opposizione in esilio è partita l’idea di rendere evidente il sostegno al popolo birmano, in tutto il mondo venerdì, indossando una maglietta o una camicia rossa. La sezione italiana di Amnesty international, inoltre, ha indetto due sit-in di protesta. Il primo, venerdì alle ore 17,30 davanti all’ambasciata birmana a Roma, in via della Camilluccia 551 e il secondo sabato, a Milano, alle 16,30, davanti alla Scala.

Nel paese, intanto, la situazione rischia di precipitare anche da un punto di vista militare. Il popolo karen, la più organizzata, attiva e combattiva tra le minoranze che vivono in Birmania, ha lanciato un appello agli altri popoli per ribellarsi al regime militare. La Karen national union [Knu] che da oltre mezzo secolo combatte una dura guerriglia per l’autodeterminazione nell’est del paese, ha deciso di appoggiare il movimento di protesta guidato dai monaci buddisti.
Secondo l’agenzia di stampa Misna, poi, anche all’interno delle forze armate ci sarebbero i primi segni di cedimento. I soldati di alcuni reparti si sarebbero rifiutati di sparare sulla folla e, contravvenendo agli ordini, avrebbero “solo” bastonato i manifestanti.
La protesta esplosa ad agosto e arrivata alla repressione di questi giorni, ha radici profonde e ramificate. La giunta militare, al potere 1962, non è odiata solo per la sua durezza nel trattare gli oppositori e le minoranze etniche del paese, ma anche per la sua incapacità economica. Il provvedimento che ha innescato la protesta, lo scorso 15 agosto, e cioè la fine dei sussidi per i carburanti, è solo una parte di un piano economico nefasto per i cittadini.

In 45 anni, la giunta militare è riuscita a mantenere il paese in uno stato economico coloniale. La fragile economia birmana si basa sull’esportazione di materie prime verso i paesi vicini. Da queste esportazioni hanno beneficiato direttamente i militari, che hanno costruito una solida base economica per la dittatura, che si avvale della collaborazione di alcuni privati, come il businessman Tay Za, padrone della Htoo Trading Company, la principale azienda privata del paese. Le ultime scelte economiche e gli ultimi progetti della giunta militare confermano una timorosa schizofrenia. Da un lato, la giunta si è lanciata nella costruzione di una nuova capitale, Naypyidaw, nell’interno del paese, lontano dalla “pericolsa” vivacità di Rangoon, dall’altro ha proposto la costruzione di una città “tecnologica” Yadanabon, che dovrebbe essere la porta d’ingresso della Birmania nell’economia avanzata del XXI secolo. Solo che, il paese è senza infrastrutture di base, dipende dall’estero per tutte le importazioni energetiche e ha un tasso di inflazione a due cifre, che erode lo già scarso potere di acquisto dei cittadini. I militari vivono separati dal resto della popolazione, chiusi nelle basi e nelle caserme, da cui partono solo per marciare sui monaci, usciti dai monasteri per scuotere la giunta dal suo sanguinoso autismo.

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