Dunque tutto va bene. I sindacati hanno avuto il loro plebiscito, oltre l’80 per cento di sì all’intesa sul welfare, la precarietà e le pensioni. Anche il sistema politico ha avuto i suoi plebisciti: 3 e mezzo milioni di votanti nelle primarie del Partito democratico, oltre il 75 per cento dei quali ha scelto Walter Veltroni; mezzo milione di persone alla manifestazione di Alleanza nazionale, con cui Gianfranco Fini si è candidato a succedere a Berlusconi come capo del centrodestra. E i due avvenimenti insieme disegnano il futuro bipolare perfetto del sistema politico, un grande partito da una parte e uno dall’altra, un forte leader di qui e un altro di là. Senza più «cespugli», partitini, frammenti.
Manca ancora un tassello, per concludere che il mosaico che ci è stato offerto, con gran clamore dei media unificati, corrisponde effettivamente alla faccia di questo paese. Bisognerà vedere sabato prossimo, 20 ottobre, quanti e quali popoli verranno in piazza a Roma, attratti dal richiamo – infinitamente più flebile e per di più distorto – di un appello firmato da una quindicina di persone, supportato da tre giornali piccoli [il manifesto, Liberazione e noi stessi], accolto da una parte minore della politica, da un segmento importante ma a sua volta in minoranza del sindacato, da una parte dell’associazionismo, delle reti sociali e dei movimenti cittadini [perché molti hanno esitato, e per ragioni opposte: per diffidenza nei confronti dei partiti, quali che essi siano; o perché la pressione del super-partito di Veltroni è stata piuttosto violenta].
Missione impossibile, si direbbe. Non fosse che sì, la tenuta delle confederazioni, l’attrazione del veltronismo e l’evoluzione del centrodestra hanno una loro forza, ma sono anche una «narrazione» del paese che parla a quel «cittadino medio» che in verità non esiste. Ci sono molte più cose, tra il cielo dei media e la terra degli umani, di quante la politica riesca a vedere.
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