Esiste l'alternativa? Spunti da Nairobi

Andrea Rigon, cooperante Ipsia a Nairobi, andrea.rigon@fastwebnet.it
Gennaio 2007

Da Marzo 2006 ho seguito la preparazione del Forum Sociale Mondiale da Nairobi, partecipando agli incontri del Comitato Organizzatore, alla Piattaforma Ecumenica e supportando alcuni network locali che si occupano di baraccopoli e di debito. È stato un processo ricco, pieno di risultati importanti come l’incontro di diverse realtà locali che lavorano sulle stesse tematiche, l’apertura di un dibattito in Kenya sui temi del Forum, la consapevolezza del movimento africano di far parte di qualcosa di mondiale. Adesso però è il momento di finire con gli applausi e iniziare ad evidenziare alcune criticità, fornendo input diversi, anche se qualcuno potrebbe trovarli provocatori, con l’intento invece di stimolare la riflessione a beneficio del processo.

Antiliberista?

Il Kenya ha percepito il Forum principalmente come risorsa economica. L’unico articolo, apparso su un quotidiano nazionale prima di gennaio, lo chiamava World Economic Congress e ne parlava solo come opportunità economica per compagnie aeree, visti d’ingresso, alberghi, ristoranti, stamperie senza nemmeno accennare ai suoi contenuti. Non stupisce che a ottobre il sindaco di Nairobi, invitato a Perugia a parlare del Forum, abbia detto di non saperne nulla ma abbia ricordato che Nairobi è una città che ha già ospitato grandi conferenze internazionali ed è dunque provvista di ogni comfort, sottolineando inoltre come sarebbe stato opportuno aggiungere alla partecipazione al meeting una vacanza turistica per aiutare l’economia e di conseguenza “i poveri” del Kenya.

Questo Forum ha dimostrato che il neoliberismo funziona e molto bene. Lo spazio pubblico del Forum è stato privatizzato: compagnie private per il trasporto, per la sicurezza, per dormire, per mangiare, per l’acqua e per ogni tipo di servizio.

A dicembre durante l’ultimo meeting ristretto del Consiglio Internazionale un membro aveva chiesto come sarebbe stata l’organizzazione dei trasporti. La risposta della rappresentante più carismatica e antiliberista del Comitato Organizzatore fu che a Nairobi l’iniziativa privata si adattava in fretta al business e che quindi dopo il primo giorno gli autisti dei bus avrebbero risposto alla domanda, concentrandosi sul forum. E così è stato.

Compagnie private hanno monopolizzato l’offerta di alloggi a partire dall’aeroporto, mentre i 1000 posti in tenda, predisposti dagli organizzatori per i giovani sono rimasti quasi inutilizzati, anche per mancanza di pubblicizzazione. Il giorno prima dell’inizio del Forum infatti sette giovani alloggiavano nello Youth Camp e i giorni seguenti solo una cinquantina, così che la quasi totalità dei posti più economici e comodi del WSF sono rimasti vuoti. Molti dei nostri giovani italiani erano all’Hilton, perdendo così un’occasione unica di confronto con gli altri di tutto il mondo.

Tutta la ristorazione è stata affidata al privato, il catering era fornito da hotel a cinque stelle o da grosse compagnie a prezzi esorbitanti. Un membro del Consiglio Internazionale ha aperto un proprio ristorante e con la famiglia ha fatto dei bei soldini, essendo i prezzi almeno quattro volte quelli di un qualsiasi ristorante fuori dal Forum. Anche il Ministro dell’Interno ha avuto il proprio ristorante all’interno del forum. D’altronde, essendo il Governo a pagare l’affitto della struttura del forum, un suo membro doveva pure avere il diritto di guadagnarci sopra. Non stupisce dunque il simbolico attacco ai ristoranti da parte di alcuni giovani locali.

Coerente e in linea con queste politiche del Forum è stata anche la scelta della delegazione italiana della Tavola della Pace e del Coordinamento Enti Locali per la Pace di rivolgersi a una delle più grandi multinazionali alberghiere del mondo, l’Hilton. Nonostante io abbia avuto occasione a Nairobi di lavorare con ministeri e grandi organizzazioni, mai mi era capitato di entrare in un posto del genere e mai avrei immaginato di finirci con il Social Forum. Surreale era poi parlare di antineoliberismo, lotta contro le multinazionali farmaceutiche nella lussuosa sala dell’Hilton, dove in molti fotografavano per ricordo la fila infinita di pietanze della cena. Con un amico ci si domandava se il personale keniano avrebbe potuto percepire la differenza tra il nostro incontro e quello della Banca Mondiale. Non abbiamo avuto il coraggio di chiederlo al cameriere.

Un’associazione di giovani artisti ha pensato di montare delle tende nella propria sede vicina al Forum e di chiedere 150 dollari a notte. All’inizio ho pensato che fossero matti e che non avevano capito nulla del Forum, in realtà avevano capito tutto.

Appariva davvero ironico parlare di “acqua bene comune” in un Forum in cui una persona su due era lì per venderti acqua in bottiglia al costo di mezzo stipendio quotidiano di un lavoratore locale.

L’incontro mancato

Purtroppo a Nairobi è mancato il confronto tra persone di diversi continenti, e non si sono fatti passi avanti nell’elaborazione di strategie d’azione comune.

Un seminario di sindacalisti, ad esempio, invece di essere un’occasione di scambio tra i sindacati di due continenti è diventato un seminario in cui i sindacalisti europei dibattevano tra di loro sulla difficoltà del dialogo con i colleghi africani. Gli italiani ogni sera si incontravano tra italiani, dibattendo molto di Italia e faccende politiche interne, perdendo così l’occasione di confronto con il resto del mondo.

Al termine del Consiglio Internazionale, un membro europeo mi ha confessato di non sapere cosa fare il giorno seguente perché durante il Forum non era riuscito a conoscere nemmeno un keniano che lo potesse portare in giro a vedere qualche realtà locale.

Mi chiedo però come sia possibile l’incontro se gli uni spendono più di cento dollari a notte, mentre la maggioranza dei keniani vive con meno di un dollaro al giorno.

Alcuni miei amici, nati e cresciuti nelle baraccopoli, sono stati invitati alla festa della delegazione italiana sul bordo della piscina di un albergo di lusso. Forse avranno pensato: “Se questi sono quelli che si occupano di cambiare il mondo, chissà gli altri che fanno business… In Italia ci devono essere alberghi a sette, otto stelle.”

Passerella

Le organizzazioni hanno registrato per lo più attività di presentazione del proprio lavoro come se il Forum fosse uno spazio pubblicitario e non un luogo di interazione e costruzione. Metodologicamente è mancata la fusione delle attività simili, compito in genere affidato agli organizzatori, mentre quest’anno è stato lasciato alla spontaneità delle organizzazioni che avrebbero dovuto farlo tramite il Web. Così ci siamo trovati con moltissimi seminari sullo stesso argomento in cui ciascuno ha presentato le proprie attività, invece di avere seminari tematici nei quali confrontarsi.

Considerando che una parte dei seminari sono saltati, che l’acustica era terribile e la traduzione inesistente, il Forum è diventato una grande fiera o meglio una passerella per organizzazioni non governative locali e internazionali a caccia di visibilità; molte persone infatti giravano per gli stand delle organizzazioni del Nord a caccia di soldi.

A dir poco imbarazzante è stata la distribuzione gratuita di Coca Cola da parte di un’organizzazione locale che voleva pubblicizzarsi, avvenuta a pochi metri dal seminario delle rete di boicottaggio della Coca Cola in cui si discuteva dei sindacalisti colombiani uccisi e delle falde acquifere inquinate in India. Questa bibita era stata infatti bandita all’interno del Forum a causa delle continue violazioni dei diritti umani e dei processi per omicidio a carico della compagnia e sostituita dalla locale Softa e Mecca Cola.

Metodologia

Nato in modo spontaneo, il Forum è cresciuto enormemente. Il rifiuto di alcune metodologie legate alle democrazie liberali ha fatto sì che sia stato gestito attraverso metodologie consensuali profondamente diverse (ad esempio non ci sono votazioni), ma queste e soprattutto l’idealizzazione del metodo hanno portato a una pratica antidemocratica per cui nel Consiglio Internazionale siede un gruppo (ormai diventato di amici) che, autonominatosi nel 2001, si è allargato, includendo altri membri a propria discrezione. È un gruppo sempre più distante dalla realtà dei movimenti sociali: molti membri ne sono consapevoli, ma qualcuno deve pur prendere le decisioni!

Inoltre il Comitato Organizzatore Locale e Commissioni di Lavoro fantasma hanno fatto sì che un direttorio di pochissimi (le dita di una mano sono sufficienti) gestissero l’intero processo in maniera esclusiva, affiancati da collaboratori e tecnici al loro servizio, persone di indiscutibile valore, ma senza la capacità o il desiderio di costruire un processo aperto e partecipato.

Non stupisce la necessità poi di appaltare quanto più possibile a imprese private.

L’innovazione metodologica del quarto giorno in cui, divise per area tematica, le diverse reti globali avrebbero dovuto elaborare proposte d’azione globale non è stata particolarmente efficace. Per il debito, ad esempio, Jubilee USA ha egemonizzato il processo, presentandosi con una proposta di comunicato da emendare in modo partecipato attraverso il metodo del consenso. Peccato che dovrebbe essere applicato dall’inizio del processo e non per modifiche minime a un testo già scritto. Il risultato è stato un documento inutile e uguale a tanti altri che non affronta la responsabilità dei governi del Sud, problema centrale per chi lavora sul debito in questa parte del mondo. Le proposte d’azione anche queste “imposte” dall’organizzazione statunitense, rimangono le stesse degli ultimi anni: sciopero della fame, settimana sul debito, raccolta firme.

Organizzazioni di questo tipo, senza indagare, finanziano poi organizzazioni locali sul debito, scatole vuote che mantengono grossi uffici e fanno pubbliche relazioni in eventi come il FSM: persone che vivono grazie al debito e che sono poco interessate alla sua cancellazione.

Lontani dall’altro mondo

L’alternativa forse è possibile, ma siamo ancora lontani, e dobbiamo ammettere che c’è ben poco “di alternativo e dell’altro mondo” in questo processo. A marzo 2006, senza discussione e dibattito, e per necessità di soldi, è stata approvata l’entrata nel Consiglio Internazionale di grandi organizzazioni non governative finanziate in gran parte da USAID ovvero dal Governo statunitense. La cooperazione fa integralmente parte della sua strategia militare e non è un caso che indirettamente anche il Forum venga così finanziato. Probabilmente finché balliamo, cantiamo, viaggiamo e chiacchieriamo siamo molto più innocui di quanto crediamo di essere, almeno stando ad alcuni altisonanti discorsi del Forum. Non riesco mai a capire se veramente certi pensano quello che dicono e dunque sono ciechi, o se c’è una sorta di falsa coscienza o consapevolezza della debolezza che ci spinge a proclamarci forti. Il problema è che questo avviene anche quando ci sediamo tra di noi. Perché non riusciamo a riconoscere i nostri limiti e ad autocriticarci?

Suona come una provocazione ma, parlando con molti keniani, emerge in modo chiaro: la maggior parte di loro non vuole un altro mondo possibile, vuole il nostro mondo. O meglio vuole un altro mondo possibile che è il nostro e che esiste già ma nel Nord.

È uno dei punti che sfida di più il nostro pensare a volte ideologico rispetto alla costruzione di un altro mondo possibilmente migliore. Il Forum di Nairobi avrebbe potuto essere l’occasione di un confronto mondiale per ragionare assieme e smascherare questo sistema economico tanto desiderato e atteso, ma che porta con sé l’esclusione dei più, la povertà e la guerra.

Forse, dopo l’esperienza di Nairobi, città dalle mille contraddizioni, invece di dichiarare guerra al neoliberismo di cui siamo integralmente parte (vedi Hilton), dovremmo indagare dentro di noi e intraprendere un percorso di ricerca di coerenza e di riconciliazione tra il nostro modo di vivere e le nostre idee. Fabrizio Floris, un amico che ha fatto ricerca per molti anni nelle baraccopoli di Nairobi, dopo la riunione della delegazione italiana all’Hilton, ha proposto ai delegati del Forum e a tutti noi questa riflessione di Ilario di Poitiers del IV secolo D.C.: “Dobbiamo combattere contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga… non ci flagella la schiena, ma ci accarezza la pancia; non ci confisca i beni dandoci così la vita ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del nostro cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro e il potere”.

Risultati

Questo articolo espone alcuni elementi di critica del Forum non perché non ci siano stati risultati positivi o siano trascurabili, ma perché su di essi si è già scritto molto. Ne voglio comunque ricordare alcuni importanti e meno evidenti.

Sebbene a livello internazionale il Forum abbia avuto una visibilità pressoché nulla (cosa che ha spinto il Consiglio Internazionale a creare un piano per i media), a livello keniano le prime pagine dei giornali sono state per una settimana piene delle questioni emerse nel Forum; tra queste il debito, l’ambiente, i diritti dei lavoratori, l’emergere di un movimento per i diritti degli omosessuali, argomento ancora tabù in Africa.
Molte organizzazioni locali, che hanno lavorato sulla stessa tematica, si sono incontrate per diversi mesi per preparare attività comuni e questo confronto può ora continuare.

La marcia della pace iniziale e la maratona finale attraverso le baraccopoli e le relative cerimonie di apertura e chiusura del Forum sono stati eventi unici in Kenya e, se è pur vero che un pastore evangelico americano o un concerto radunano molta più gente, la tematica e il carattere globale di questi eventi sono stati un elemento di novità nel panorama keniano.

Migliaia di persone dalle baraccopoli hanno acquisito la consapevolezza di un movimento grande e internazionale di cui sono parte.
Insomma stilare un bilancio è difficile e sono necessari molti contributi. Positiva è in questo senso la scelta di fare una valutazione approfondita del Forum durante il prossimo Consiglio Internazionale.

Guardando al futuro

François Houtard, guru del Forum, l’ha detto chiaramente in chiusura del Consiglio Internazionale che dobbiamo vedere il Forum come processo permanente e concentrarci sulla creazione di una rete delle reti, dove il Forum Mondiale diviene il luogo in cui questa si incontra a costruire l’altro mondo possibile. Ma siamo ancora lontani.

Nel 2008 non ci sarà il Forum, sarà un anno di riflessione per questo complicato processo che, nonostante i non pochi problemi, rappresenta forse la più coerente forma di resistenza al sistema neoliberista attuale. Sarà un anno in cui autonomamente ogni territorio, stato, regione organizzerà a suo modo mobilitazioni che convergeranno nel giorno del 26/27 gennaio (a seconda del fuso orario) in una giornata di mobilitazione mondiale.

Il 2009 non è poi così lontano, a giugno a Berlino si dovrà decidere il luogo del prossimo Forum. Tra le proposte c’è un Nairobi Bis per correggere gli errori e continuare il processo di crescita della società civile che in Sud America ha portato al cambiamento politico del continente; c’è il Messico al confine con gli Stati Uniti, alle porte dell’impero; il South Korea per coinvolgere la Cina, grande assente nel processo, nonostante i suoi ottocento milioni di contadini; oppure un ritorno in Brasile, magari a Nord al confine con l’Amazzonia, per parlare dei popoli indigeni e delle risorse naturali; infine il Guatemala, paese con una grande storia di lotte e movimenti.

Per noi a Nairobi è stato un anno bello e di grande lavoro, dagli errori fatti abbiamo imparato molto, il Forum ci ha arricchito di ulteriore entusiasmo e nuovi contatti, non ci resta che rimetterci al lavoro.

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