La notizia, della quale nessuno ha ancora parlato nell’era globale dell’informazione [censurata], è questa: a gruppi di qualche decina, dal 10 novembre 2002, ininterrottamente ogni giorno, delle donne si danno il cambio davanti alla Casa Bianca, per ricordare che “non tutti gli Stati uniti stanno con il presidente nell’operazione ‘enduring freedom’”. Al mattino presto, per ora senza usare violenza, la polizia intima alle donne di togliere le tende dove si sono sistemate per la veglia appena trascorsa. Si smobilita. Poco dopo un altro gruppo, in un altro punto della strada, comincia a ricomporsi, e si ricomincia con la veglia fino al giorno, e allo sgombero, successivi.
Sono le donne dei Cerchi, un’esperienza politica originale nata un anno fa, che si propone di lanciare a livello mondiale una mobilitazione, che porti nel 2005 alla creazione di un milione di Cerchi nel globo. Con pazienza e ostinazione, le donne dei Cerchi sono riuscite a guadagnare non solo la simpatia di larga parte dell’opinione pubblica, ma a far mobilitare, qualche settimana fa, per la prima volta, i capi delle religioni più rappresentate negli States, che si sono fatti simbolicamente arrestare in appoggio alla forma di lotta delle donne di Washington: assieme, per mano e cantando, il protestante con il cattolico, il musulmano con l’ebreo, hanno oltrepassato la “dead line” davanti alla sede Onu di New York, per protesta contro l’imminente guerra.
Allende, Ashrawi…
Saranno queste donne, probabilmente, uno dei soggetti nuovi da tenere d’occhio all’assise di Porto Alegre di quest’anno: un mix di femminismo anni settanta e lobby, linguaggio e tradizioni dei nativi nord e sudamericani, pragmatismo made Usa. Nei Cerchi ci sono donne impegnate da sempre nei movimenti, come Starhawk, che fu a Genova al G8, ma anche giovani anarchiche, donne che vengono dalle chiese, donne che mai prima hanno fatto politica.
“I Cerchi incoraggiano la connessione e la cooperazione fra le/i partecipanti ed ispirano soluzioni empatiche ai problemi degli individui, delle comunità e del mondo. Perciò intendiamo seminare e nutrire Cerchi, ovunque sia possibile, per coltivare l’equità, abitudini di vita sostenibili, cura della Terra, e pace per tutte/i. Il nostro scopo è celebrare il Milione di Cerchi come metafora di un’idea per cui il tempo è giunto. La proliferazione dei Cerchi ha le potenzialità per diventare una forza per la giustizia sociale, portando i valori femminili della relazione e dell’interdipendenza all’interno di una cultura basata sulla gerarchia ed il dominio”. Spiega così la filosofia dei Cerchi Jean Shinoda Bolen, co-fondatrice di “Un Milione di Cerchi”, che ha portato il suo documento fondativo all’assemblea dell’Onu del 2002.
E la giornalista Stephanie Hiller, direttora del magazine “Awakened Woman”, racconta la riunione inedita e straordinaria nella quale si dette il via al movimento: “Ospiti di Patricia Smith Melton, femminista attivista molto presente sulla stampa dopo la tragedia dell’11 settembre, in pochi giorni sette donne che non avevano mai sentito parlare di lei hanno risposto sì al suo invito ed il loro fine settimana di dialogo, registrato, ha prodotto 600 pagine di trascrizioni. Queste sette donne vengono da cinque differenti parti del mondo: Azizah Y al-Hibri, musulmana statunitense insegnante di diritto; Isabel Allende, scrittrice latino-americana; Hanan Ashrawi, portavoce del popolo palestinese; Fatima Gailani, afghana, musulmana sunnita del parlamento afghano [Loya Jirga]; Barbara Marx Hubbard, scrittrice e direttrice di una fondazione per la pace; Alma Jadallah, musulmana palestinese-americana, facilitatrice nella risoluzione dei conflitti; Susan Collins Marks, sudafricana, facilitatrice per l’Accordo di Pace in Sudafrica”. Dalle loro conversazioni è emerso che le qualità che caratterizzano la pace sono le stesse che caratterizzano le condizioni necessarie per raggiungerla: riconoscimento della comune umanità; comunicazione aperta e ascolto ricettivo; il nutrire e la guarigione; la giustizia riparatrice che si basa sulla mediazione e sullo sviluppo di responsabilità anziché sulla punizione, che causa altra sofferenza e vergogna; la democrazia diretta; l’esercizio della creatività; l’eguaglianza di diritti.
La riunione si concluse con la fondazione di Peace for peace, che ha prodotto un documentario, “Peace for Peace: costruendo Adalah”. “Adalah – spiega Patricia Smith Melton – è una parola araba per cui non c’è una traduzione precisa. Significa: pace sostanziale, una cosa ben diversa dalla mera fine di un conflitto violento”. Il documentario illustra il lavoro dei Cerchi di donne in Afghanistan, Burundi, Bosnia, Argentina e Usa e intende spiegare ad un vasto numero di persone come il gruppo di cui fanno parte [sia esso un club di lettrici, un gruppo di preghiera, o quant’altro] possa diventare un motore di pace ed essere direttamente in contatto con altri gruppi di donne che fanno lo stesso in tutto il mondo. Il concetto chiave per spiegare l’essenza del Cerchio è che questo è qualcosa di più della somma delle sue componenti. L’approccio ‘maschile’ alla risoluzione dei conflitti prevede invece il pensiero lineare, la struttura, la competizione e la gerarchia".
Un approccio che non funziona anche secondo Giusi Di Rienzo, di un Cerchio di donne italiano: “La struttura in cui noi prendiamo le decisioni informa le decisioni stesse, quindi se vogliamo combattere l’oppressione dobbiamo cominciare da noi, da quella parte di noi stesse che esercita il dominio e lavorare per esercitare solo il potere condiviso”.
Le donne afghane
Patricia Smith Melton sarà a Porto Alegre assieme ad altre donne di vari Cerchi sparsi nel mondo: per finanziare i viaggi ogni donna, anche dai paesi più poveri, ha dato anche solo una moneta, autofinanziando così le delegate. Di ritorno dall’Afghanistan, dove è stata alla fine dell’anno per filmare i locali Cerchi di donne racconta: “Questa gente affronta ogni giorno durezze incredibili”.
Patricia le ha riprese in un panificio cooperativo di donne e nelle piccole scuole domestiche dalle pareti di fango. “Nelle loro attività di ogni giorno esse compiono il lavoro di tenere insieme le loro comunità. Nell’occuparsi dei bambini e nel preparare il cibo, nello sfidare chi non vorrebbe le scuole, stanno costruendo la pace. Alcune di esse sono state elette nella Loya Jirga e fanno sentire le loro voci. Mi sta diventando sempre più chiaro che il messaggio più potente veicolato da Peace for Peace è l’enfasi sul riconoscere ogni altro come ‘famiglia’. Abbiamo bisogno di una democrazia praticabile dai cittadini, e di attrezzi, come Internet, che rendano possibile alle persone esprimersi, prendere decisioni informate. Attraverso le reti, cominci a costruire una cittadinanza informata che, globalmente, sa come sono le vite altrui, conosce le speranze, le necessità e i sogni degli altri. Diventiamo importanti gli uni per gli altri, ed è nostra volontà che i nostri governi sappiano come la pensiamo”.
Da pragmatiche quali sono, le donne nordamericane dei Cerchi hanno prodotto un documento che hanno inviato a ogni candidato e candidata alle prossime politiche, in ogni stato dell’Unione, nel quale, come si può leggere dal loro sito, lo stile è più o meno questo: “Qualunque sia il vostro programma, sappiate fin da ora che, se la vostra non sarà una posizione chiara e netta contro ogni intervento bellico degli Stati uniti, non avrete il nostro voto”.
Hanan Ashrawi, una delle protagoniste del movimento dei Cerchi, ha detto: “Abbiamo formato una coalizione di donne. Abbiamo discusso se volevamo essere un movimento di protesta, una coalizione di donne contro l’occupazione, e abbiamo deciso di no. Vogliamo essere ‘per’ qualcosa, e cioè per la costruzione della pace, non semplicemente per ‘fare la pace’, ma per costruirla”.
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