Mesoamerica verso il baratro: Il Plan Puebla Panama e la liberalizzazione a macchia di leopardo.

Lanciato ufficialmente il 15 di giugno del 2001 attraverso una dichiarazione congiunta dei capi di Stato della regione centroamericana, il Plan Puebla Panama (PPP) rappresenta, secondo il presidente messicano Vicente Fox che ne rivendica la paternità, uno sforzo congiunto dei governi centroamericani e messicano per lo sviluppo economico della macro-regione.

Si tratta, secondo i documenti ufficiali – di un’iniziativa atta ad apportare benefici sostanziali che permettano di superare il ritardo esistente, migliorando con ciò la qualità di vita degli abitanti attraverso una maggiore e migliore educazione, una crescita economica sostenuta e sostenibile, la creazione di impieghi ben remunerati, l’armonizzazione dello sviluppo sociale e umano delle popolazione con una distribuzione efficiente delle risorse ed un’espansione ed integrazione commerciale.

Le idee centrali alla base del Plan Puebla Panama sono:
- che la povertà possa essere superata solo mediante un impulso allo sviluppo economico, che a sua volta può essere generato solo attraverso l’investimento produttivo;
- che un aumento dell’investimento produttivo nella regione è possibile sempre che questa si posizioni all’interno dell’economia globale;
- che un grande impulso all’investimento produttivo possa nascere esclusivamente da uno sforzo nella dotazione delle infrastrutture di base (educazione, formazione, trasporto, logistica, telecomunicazioni);
- che è necessario generare sinergie in quanto lo sviluppo del Sud-est messicano e quello della regione centroamericana possono essere considerate solo in un congiunto.

A più di tre anni dal suo avvio, appare evidente tanto che il PPP non possa essere considerato un Piano [in quanto ciò dovrebbe sottendere una qualche strategia di sviluppo locale e d’integrazione regionale comune a tutti i progetti proposti], quanto che molti dei progetti riassunti nei documenti delle 3P [la Linea SIEPAC, il Corridoio Biologico Mesoamericano, il programma dell’Istmo, il Puente Chiapas, tra gli altri] siano stati in realtà pensati e progettati a partire dall’inizio degli anni 90. Con il Plan Puebla Panama si è tentato di rilanciare queste iniziative, presentandone l’insieme come un programma [di sviluppo umano], e tentando in questo modo di mascherare la evidente strategia geo-economica che esso nasconde, e garantendo così una copertura alle politiche di liberalizzazione e privatizzazione imposte dai grandi organismi finanziari internazionali [quali la Banca Interamericana di Sviluppo, BID, la Banca Centroamericana di Integrazione Economica, BCIE, il FMI e la BM], schierati in difesa degli interessi del campione economico dell’emisfero americano, gli Stati uniti d’America.

Un’analisi dei progetti in corso evidenzia infatti come oggi la creazione di infrastrutture stradali risponda in primo luogo alle esigenze strategiche dello sviluppo del mercato statunitense, garantendo costi più bassi per il trasporto di inputs ed outputs, piuttosto che a quelle degli abitanti della Regione. Si punta a catturare l’interesse e gli investimenti delle imprese multinazionali [principalmente del comparto maquilador], attratte dalla presenza nella Regione di manodopera a basso costo, piuttosto che a favorire l’accesso ai mercati per i prodotti del settore agricolo.

L’iniziativa di integrazione energetica regionale [la costruzione della Linea SIEPAC] è accompagnata in tutti i paesi del Centro America dalla privatizzazione delle imprese elettriche nazionali, e prevede anche la costruzione di dighe e centrali idroelettriche. Progetti che rispondono in primo luogo agli interessi delle imprese private, la maggior parte delle quali transnazionali. Perciò, difficilmente potranno rispettare la sovranità nazionale e le esigenze di coloro che vivono e lavorano le terre che verranno inondate dai nuovi invasi.

Anche quello che viene definito come sviluppo sostenibile è in realtà un insieme di azioni i cui obiettivi risultano essere la legalizzazione del furto delle ricchezze biologiche della Regione [in corso da anni, peraltro] e l’allontanamento delle popolazioni indigene dalle zone più ricche di risorse naturali. In tale ottica, i cittadini e la popolazione indigena vengono visti unicamente come una possibile causa di instabilità sociale e della fuga [o del mancato arrivo] del capitale internazionale.
Per finire il turismo, presentato come “ecologico” e “sostenibile”, è solo un’altra faccia del percorso che porta alla privatizzazione della terra e delle risorse naturali della Regione.

“Tutto ciò ci porta a considerare che il PPP [non] sia [altro che] la strategia del regime di Fox per integrare [sempre più] la regione del sud-est del Messico e dell’istmo centroamericano nelle dinamica del neoliberismo, per approfittare delle risorse energetiche e naturali della regione e costruire un ponte tra Nord e Sud America, facilitando così la creazione dell’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA)” (1).

È evidente infatti che il Plan Puebla Panama non sia mosso da altro proposito se non quello di dotare la regione mesoamericana delle infrastrutture necessarie affinché possano dispiegarsi compiutamente nella regione i vantaggi del libero scambio. Tali infrastrutture sono infatti essenziali per garantire l’efficaciaî dell’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) che si vorrebbe creare a partire dal 2005, se è vero che la stessa Banca Mondiale, nel documento di valutazione elaborato in occasione dei 10 anni dall’entrata in vigore del NAFTA (North American Free Trade Agreement), non ha mancato di evidenziare che, se il libero commercio non ha potuto cambiare la condizione di sottosviluppo e marginalità degli stati del Sud del Messico, ciò è dovuto proprio alla mancanza delle condizioni strutturali [e sociali] che avrebbero reso effettiva e vantaggiosa l’apertura agli investimenti del capitale straniero.

Secondo Carlos Fazio, “con la carota dello sviluppo e della creazione di posti di lavoro, il PPP pretende di convertire i contadini indigeni del sud-est in salariati ipersfruttati di fabbriche di assemblaggio, urbane o semi-urbane. Uno degli obiettivi primordiali di tale politica è spostare i contadini indigeni dai campi alle città, con l’obiettivo di separarli dalle loro terre e dalle risorse naturali che queste contengono”(2).

Il PPP può essere considerato come un vero e proprio Cavallo di Troia, utilizzato dagli Stati uniti d’America per penetrare economicamente nella regione mesoamericana, sfruttando a tal fine anche “i vantaggi rappresentanti dalla integrazione subordinata (3) raggiunta dal Messico con i paesi del Centro America per mezzo dei trattati di libero commercio firmati a partire dal 1995”(4).

L’articolo completo da cui è tratto questo estratto lo puoi trovare su:
http://www.ciepac.org/bulletins/BOLETIN%202005/bolec446.htm

1- Juan Manuel Sandoval, ricercatore sui temi di militarizzazione e migrazione. Direttore del Seminario permanente de estudios chicanos y de frontera dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH), El PPP como regulador de la migracion laboral, in A. Bartra, coordinatore, Mesoamerica, Los rios profundos. Alternativas plebeyas al Plan Puebla Panama, pag. 251.

2- C. Fazio, El juego de poder y el contendo geopolitica del Plan Puebla Panama, in CRIE, Construyendo, No. 181-182, dicembre 2001- gennaio 2002, pag. 63.

3- Come descritto in modo dettagliato da Armando Bartra, Sur. Megaplanes y utopias en la America equinoccial, in A. Bartra, coordinatore, op. cit., pag. 27.
“La relazione economica tra il Messico ed i paesi del Centro America è profondamente asimmetrica: per ogni dollaro esportato in Messico dalle sette economiche istmiche, esse importano da questo paese beni per 4 dollari. Dall’altra parte, per il Messico questa relazione commerciale è poco rilevante, dato che per ogni dollaro di esportazione verso i sette vicini del sud, ce ne sono 11 ai "soci” del nord, e in quanto alle importazione messicane, la percentuale che ha origine centroamericana è insignificante. Le economie dei paesi poveri guardano in alto e l’articolazione tra Mesoamerica e Nord America, con il Messico come cerniera, conferma l’affermazione.

4 Non è un caso che sia in corso di negoziazione anche un Trattato di Libero Commercio per l’America Centrale [CAFTA, Central America Free Trade Agreement]. La citazione è tratta da Juan Manuel Sandoval, op. cit., in A. Bartra, coordinatore, op. cit., pag. 251.

Tags assegnati a questo articolo: forum sociale mondiale, Porto Alegre 2005

Mail_long
11 ottobre 20 ottobre 4 novembre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abbonati abdul abiti puliti aborigeni acqua Afganistan Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids alitalia altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina Americhe 2004 animalisti Annapolis antifascismo antimafia antimafia sociale Antiproibizionismo antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api aprilia Argentina Armenia armi Atene 2006 atomiche auser Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Bamako banca Banca mondiale Bangladesh banlieues basi basi militari Basilicata bene comune beni comuni Bergamo bilanci partecipativo biocarburanti biodiversità biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein bollywood Bologna Bolzano borse Brasile brimania Britel Bulgaria bussolengo Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Camerun Campania cantautore cantieri cantieri sociali Caracas Caracas 24/29 gennaio carbone carcere carovita carta Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiaiano chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro Cisgiordania città cittadinanza clandestini clandestino clima Colombia comboniani commercio commercio equo commercio equo. decrescita comuni comunicazione Congo conoscenza consumi consumo critico contadini controvertice