Un minuto

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Un minuto, solo sessanta secondi, il tempo che il generosissimo Ferruccio De Bortoli, direttore del Sole 24 Ore nonché coordinatore del dibattito cui partecipava Romano Prodi a Trento, aveva concesso a Cinzia Bottene, portavoce del movimento No Dal Molin, per spiegare il perché della contestazione in sala al presidente del consiglio. In quel minuto, il muro che la politica ha alzato nei confronti della società si è aperto. Solo una fessura, e solo dalla parte dei cittadini vicentini. Perché Prodi, ha raccontato Cinzia, le ha sì preso la mano che lei offriva, ma “si è girato dall’altra parte”, e quando lei ha ricordato che nel programma dell’Unione si parlava di riduzione delle servitù militari e di democrazia partecipativa ha fatto una smorfia di derisione, come si è visto benissimo in televisione. Poi non ha dedicato alla questione nemmeno una battuta, salvo, poi, quando era già fuori da quella sala, dire che il governo ha già deciso, e che non cambierà idea.

I giornali del giorno dopo non hanno potuto non notare la compostezza di Cinzia Bottene, la varietà delle persone che da Vicenza erano andate a Trento, il loro atteggiamento tanto deciso quanto pacifico. Quel minuto ha cambiato qualcosa, forse, nella percezione generale, e perfino da parte dei media, dei movimenti come quello di Vicenza, come quello della Val di Susa e le centinaia di altri in tutto il paese. Da una parte c’è il “premier”, quello che dice “io voglio guarire l’Italia”, usando la prima persona in un delirio “egolatrico”, come ha notato Valentino Parlato sul manifesto. Che ha la sicurezza assoluta di dover essere lui, in persona, a decidere, in un atteggiamento tanto violento quanto patetico. Dall’altar parte, ci sono comunità che si vanno formando, nella cucitura faticosa ma robusta di legami, di coscienza comune, di modi della decisione che contraddicono il delirio del “leader”.

In quel minuto due democrazie si sono guardate in faccia e non si sono affatto piaciute. I cittadini del “no Dal Molin” non si vogliono sostituire a quel che c’è, ma certo ne sentono il declino, la falsità: a Vicenza, città che ha sempre avuto percentuali di votanti superiore alle medie nazionali, metà degli elettori o non ha votato o ha espresso un voto nullo o non valido [molti hanno scritto sulla scheda la loro opposizione alla base Usa]. Perciò hanno creato il presidio, decisono in assemblee, rispettano le differenze che vi sono tra loro, occupano la Basilica Palladiana proclamandola, foss’anche per una notte, “Altro comune”, diverso da quello [di destra] che li ha imbrogliati insieme al governo [di centrosinistra]. In quel minuto, su quel palco, si è materializzata, agli occhi dei media, del presidente del consiglio e della gente lì convenuta per sentir parlare di economia, di banche e di “crescita”, l’altra possibilità che la società si sta procurando.
Ma hanno trovato il dispetto e l’indifferenza, la cecità apparentemente incomprensibile grazie alla quale Prodi e il suo governo si stanno immolando, obbedendo ai comandi dell’economia [appunto] e degli “alleati” [Bush, gli Stati uniti] e disgustando così i loro stessi elettori. Quelli come Prodi non capiscono di essere seduti sull’orlo di un vulcano, non si rendono conto che è tutto il loro universo culturale, il loro linguaggio “politico”, il loro modo di avere a che fare con i cittadini, a stare andando in pezzi.

Non servono le lezioni che hanno già ricevuto – la vicenda di Venaus in Val di Susa, la resistenza di Serre, la manifestazione gigante di Vicenza, insomma tutto quel che le comunità fanno per resistere – e non serve nemmeno che perdano voti, perché quel che ne ricavano è che devono essere ancor apiù conformisti, allineati, e dunque non democratici.
Quel minuto è destinato a dilatarsi, nei prossimi anni, quando Prodi sarà solo un ricordo.

Tags assegnati a questo articolo: politica, No dal Molin

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