Qualche mese fa, Carta dedicò un numero del suo mensile a «Torino Park», alla analisi della trasformazione della città-fabbrica in una sorta di Disneyland. Il modo più efficace – secondo il sindaco Chiamparino e la Fiat – per competere nel mercato globale delle città: turismo, «eventi», flussi della comunicazione finanziaria, opere spettacolari come la Tav o i grattacieli che minacciano il cielo della città. Tra le altre cose, coloro che vi hanno scritto, argomentavano come, dietro la facciata luccicante, restava la durezza di un mondo del lavoro frantumato e deregolato. E questo è appunto il caso della Thyssen-Krupp, l’acciaieria che la notte scorsa è esplosa uccidendo un operaio e ferendone in modo gravissimo altri sei. Lavoratori costretti a turni di dodici ore per spremere fino all’ultima goccia una fabbrica che stava per essere trasferita a Terni, dove l’azienda tedesca vuole concentrare la sua produzione.
Quegli operai sono metalmeccanici, stanno cercando di ottenere un contratto nazionale che consenta almeno un parziale recupero del salario che – tutti lo sanno, non tutti lo dicono – è divenuto in quest’ultimo decennio il più basso dell’Unione europea. Ora i loro compagni sciopereranno, lunedì, per chiedere il rispetto della dignità del lavoro, della sicurezza, della possibilità di viverne. Dodici ore di lavoro al giorno sono la migliore premessa per spingere gli operai verso incidenti mortali. Infatti il nostro paese detiene anche quest’altro record, che tutti conoscono anche se nessuno fa nulla: gli infortuni mortali sul lavoro.
Così, la Torino-spettacolo interrompe per un attimo la sua programmazione di intrattenimento e precipita indietro, nella storia, a città di padroni senza scrupoli e di lavoratori senza diritti. Se ne potrebbe fare un festival.






