L’Italia è bloccata da un esercito scomposto e contraddittorio di camonisti. I tir di traverso per le strade hanno letteralmente paralizzato il paese, sono riusciti a fermare il flusso della produzione che fino all’altroieri pareva inarrestabile e indifferente a qualsiasi sciopero tradizionale. Le fabbriche sono chiuse, i beni alimentari scarseggiano, mancano i rifornimenti di benzina, persino i teatri hanno problemi a garantire i normali spettacoli. Il tran tran «produci-consuma» è fermo.
Siamo di fronte alla mutazione antropologica del lavoro che ha annunciato il definitivo superamento del fordismo in Italia. Persone che viaggiano su un camion di loro proprietà e che nella gran parte dei casi lavorano per un solo committente. Hanno tutti gli svantaggi del lavoro dipendente in termini di eterodirezione e nessuno dei vantaggi del lavoro autonomi in termini di autogestione della propria attività. Lamentano aumento dei costi e diminuizione delle tariffe fino al 20 per cento. C’è il rischio che dopo l’idraulico polacco che ha in parte segnato il dibattito francese sulla Costituzione europea si arrivi al camionista sloveno. Come ci spiega Andrea Fumagalli [che con Sergio Bologna ha curato un saggio fondamentale sul «lavoro autonomo di seconda generazione»], la protesta dei camionisti avrà effetti positivi «solo se entra a gamba tesa nei rapporti gerarchici di distribuzione», se smonta «il falso mito del ‘tutti imprenditori’ che ha segnato anche la nascita dei ‘padroncini’ dell’autotrasporto».
Il trasporto è una rigidità nel sistema della produzione diffusa nel territorio. Per questo i camionisti hanno un potere contrattuale fortissimo, che non dovrebbero lasciare in mano ad avventurieri della destra politica, nonostante ancora una volta gran parte del centrosinistra faccia di tutto per tapparsi gli occhi ed evitare di guardare a questi nuovi soggetti sociali.






