La lotta di classe di Hollywood si è conclusa con una vittoria dei lavoratori. Gli scrittori degli studios organizzati nel sindacato Wga hanno annunciato questa mattina in una conferenza stampa a Los Angeles che l’accordo raggiunto con i produttori è stato ratificato dalla base. Martedì 12 febbraio ci sarà il voto finale da parte degli iscritti al sindacato, che molto probabilmente sancirà la fine dello sciopero. Adesso, le star televisive avranno di nuovo i loro script, avranno qualcosa da dire nei loro show e storie da recitare nei serial.
«E’ il migliore accordo raggiunto in trent’anni, risultato dello sciopero di maggior successo degli ultimi trentacinque anni di vita della Wga–ha detto Patric Verrone, il presidente dell’associazione che riunisce gli sceneggiatori della costa ovest degli Stati uniti–Non è tutto quello che speravamo e nemmeno tutto quello che meritavamo, ma è un accordo che pensa alle future generazioni». La fine dello sciopero significa che la cerimonia degli Oscar, prevista per il 24 febbraio e sino a ieri in forse, si svolgerà regolarmente. «La pressione esercitata dall’avvicinarsi della notte degli Oscar ha contribuito ad accelerare la contrattazione–ha continuato Verrone–è stato uno sciopero duro, ma siamo stati uniti e abbiamo vinto. Siamo solo dei gatti ma abbiamo ruggito. Anche l’annullamento dei Golden Globe è stato un importante segnale. Ha dimostrato che avevamo forza». Verrone ha poi spiegato i termini dell’accordo. «Quello che abbiamo voluto fare è ottenere l’applicazione della formula ‘Se loro vengono pagati noi veniamo pagati’, che significa che otterremo il 2 per cento dei ricavi derivati dai nuovi mezzi di distribuzione del lavoro cinematografico e televisivo. Non abbiamo ripetuto gli errori del passato. Quando 50 anni fa arrivò la televisione, che era il ‘nuovo’ noi venimmo pagati con una percentuale sugli incassi al cinema». Certo, un affare all’epoca del pionierismo televisivo, ma non certo un accordo lungimirante visto il successo del mezzo televisivo. «Ora invece abbiamo legato i nuovi introiti ai guadagni derivanti dagli stessi nuovi mezzi – spiegano gli sceneggiatori–Ogni nuovo media è coperto da questo contratto, anche quelli che verranno in futuro».
La lotta ha attraversato Los Angeles e New York, cioè le due città che ospitano gli studios, e si era da subito caratterizzata con i picchetti quotidiani di lavoratori in sciopero: «Abbiamo picchettato per 14 settimane, sotto il sole e la pioggia. Senza questo sciopero non avremmo ottenuto questi risultati». A chi ha chiesto dei danni collaterali portati dallo sciopero, ovvero i danni economici causati alle fasce deboli dei lavoratori dello spettacolo Verrone ha risposto: «Il nostro accordo avrà un benefico effetto sull’intera comunità. Anche gli altri sindacati ora avranno più potere contrattuale e spunteranno accordi migliori». I tre mesi di sciopero avevano portato l’annullamento di numerosi progetti cinematografici e alla sospensione delle riprese di quasi tutte le serie televisive compresi le popolarissime «Desperate Housewifes», «Lost» e «Csi». Si era fermata anche Broadway, ovvero l’emblema del teatro americano. E questa decisone non solo ha portato al collasso dell’intrattenimento, ma anche ingenti perdite a tutto l’indotto di hotel, ristoranti o negozi che proprio dagli spettatori di teatro percepiscono i loro maggiori guadagni. «Show won’t go on», «Lo spettacolo non va avanti», avevano titolato i quotidiani statunitensi.
Non è stata ancora calcolata la cifra del danno economico causato da tre mesi di paralisi ma il solo annullamento della cerimonia dei Golden Globes, sostituita, alla fine di gennaio, da una semplice conferenza stampa di annuncio dei vincitori, era costata almeno 80 milioni di dollari. Troppo anche per i miliardari che gestiscono l’industria dello spettacolo statunitense.






