La crisi della globalizzazione alla prova dei movimenti

«Goodbye, mr. Socialism!» con queste parole Luca Casarini ha dato il benvenuto ai tanti, almeno cinquecento persone, che hanno riempito ieri il capannone del centro sociale Rivolta di Marghera, per l’assemblea pubblica indetta dal Global meeting network, che raccoglie numerosi centri sociali e collettivi di tutt’Italia.
«Se qualcuno è venuto qui perché pensa di ricostruire la sinistra, ha sbagliato posto–ha esordito Casarini introducendo i lavori–Siamo qui per capire come riposizionare l’azione dei movimenti in un contesto nuovo, di fronte alle trasformazioni epocali che ci troviamo davanti». La sparizione dal parlamento della sinistra, è solo una conseguenza di eventi molto più grandi, come la crisi della globalizzazione neoliberista, nella versione «soft» clintoniana con cui aveva esordito all’inizio deglia anni novanta, e in quella «hard» dei neocon e della guerra infinita di George W. Bush. Una delle parole più ricorrenti è proprio questa, «crisi». A Beppe Caccia il compito di affrontare la teoria della crisi nel sistema capitalistico. In un excursus storico, Caccia ha tracciato le linee di interpretazione delle crisi capitalistiche a partire dall’analisi di Karl Marx [perchè «ora che la sinistra è sparita, possiamo utilizzare liberamente le analisi marxiane». La crisi è sempre dettata da un movimento soggettivo. Così, la crisi del ‘29 era dettata dalla finanziarizzazione dell’economia imposta dalle lotte dell’operaio di professione, manifestatesi nella Russia della rivoluzione sovietica e negli scioperi di tutto l’Occidente. La risposta sarà lo «Stato-piano», che incorpora i meccanismi di pianificazione economica e intervento pubblico nell’economia proprie degli stati socialisti e che verrà messo in crisi negli anni settanta, dalle lotte dell’operaio-massa e dalla crisi petrolifera. Se si assume questo schema, la crisi è sempre il frutto delle lotte dal basso. «Bisogna chiedersi quale è la composizione sociale che a partire da Seattle ha messo in crisi la globalizzazione–ha spiegato Caccia–tenendo presente che la situazione attuale ci consegna uno scenario drammatico, ma anche enormi opportunità». «Qualche indicazione ci arriva dalla vicenda dei ‘mutui subprime’ e dagli effetti a catena che sta producendo– ha proseguito Caccia- Non funziona la lettura di tanti ‘economisti di sinistra’, che scrivono sul manifesto e che hanno fatto da consulenti aai partiti negli ultimi anni: la contrapposizione tra un capitale ‘buono’ e un capitale finanziario ‘cattivo’. Sono gli stessi che ci accusano di essere liberisti quando chiediamo il reddito di cittadinanza». Tuttavia, non c’è un mercato finanziario impazzito che vive di vita propria e che non si intreccia mai con la cosiddetta ‘economia reale’. Al contrario, lo spostamento della sovranità dalle banche centrali e dagli stati nazionali al mercato finanziario risponde alla crisi della forma-denaro, al mutamento delle condizioni in cui esso si era imposto come «equivalente universale», all’impossibilità di misurare il valore di un lavoro vivo che eccede e straborda oltre i confini della produzione.
Insomma dopo il momento della de-territorializzazione dell’economia globale e dei movimenti, dell’esodo dei mercati finanziari dalle condizioni di vita, è arrivato il momento in cui, messa in crisi la gigantesca bolla neoliberista, tutto atterra sulle contraddizioni dei territori, che diventano i luoghi in cui tornare a esprimere «le autonomie che vanno oltre la rappresentanza e la sinistra che con la scusa delle nonviolenza aveva provato ad addomesticarli dopo l’ondata di Genova–ha spiegato Francesco Raparelli–ma bisogna anche chiarire che i territori non vanno intesi come statici elementi dell’identità locale, ma come prodotti in movimento dai flussi di capitale, uomini, merci, saperi».

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