I dolori di San Travail

In uno dei primi numeri di Carta – era il 1999 – pubblicammo un articolo di André Gorz, nel quale il celebre teorico marxista si dichiarava a favore del reddito di cittadinanza. Tre anni dopo, per un numero speciale sul ruolo delle camere del lavoro e la «contrattazione territoriale», intervistammo Guglielmo Epifani, che era peraltro di ritorno dal Forum sociale mondiale di Porto Alegre, e tra le altre cose gli ponemmo la domanda: che ne pensi del reddito di cittadinanza? Il segretario della Cgil rispose all’incirca: la mia cultura socialdemocratica mi spinge a pensare che il reddito debba dipendere dal lavoro, però siamo aperti al confronto. Che non si fece mai. Però nel 1996, nel disgraziato tentativo di contribuire al programma di governo del centrosinistra in cui anche noi ci infilammo, con l’allora segretario confederale Paolo Nerozzi elaborammo un acrobatico tentativo di far digerire il reddito di cittadinanza, adottandolo nel libro dei piccoli sogni nella sua forma scandinava. Nel frattempo, un paio di regioni [la Campania e il Lazio] hanno approvato leggi molto discutibili sul reddito, il nostro amico Andrea Fumagalli ha continuato a battere sullo stesso chiodo [e ha anche pubblicato un libro targato Carta e Punto rosso], e i movimenti dei precari hanno invano sollevato la questione. Ora Luciano Gallino, che non è sospetto di non apprezzare il lavoro, dice in una intervista a Carta [nel numero che esce venerdì 27]: «Il lavoro che c’era fino al 2007 non tornerà più: avremo un gran numero di disoccupati di lunga durata… e un gran numero di giovani senza nessun reddito perché in Italia, diversamente da altri paesi, gli ammortizzatori sociali paradossalmente riguardano solo chi il lavoro l’ha avuto… Di qui l’importanza del sostegno al reddito non legato al lavoro».

«La situazione – aggiunge Gallino – si sta facendo drammatica». E’ solo da qualche giorno che i media notano come le proteste operaie nelle forme più diverse e talvolta estreme non siano singoli episodi, «emergenze» di una situazione in cui tutto sommato – come gli indici di borsa sembrerebbero suggerire – «il peggio della crisi è passato», come sostengono in coro i ministri di Berlusconi. Al contrario, è la Cgil a dirlo per prima [di questo nel settimanale conversiamo con Enrico Panini, segretario confederale], si sta rapidamente passando da una marea di cassa integrazione a uno tsunami di licenziamenti, fabbriche che chiudono, imprese che scompaiono dentro scatole finanziare. Nel settimanale pubblichiamo anche una mappa, certo incompleta, delle fabbriche attualmente sotto presidio, o occupate, o sui cui tetti lavoratori si accampano, ecc. [mappa a cura di un gruppo di geografi, nel sito luogoespazio.info]. Se ne ricava che una certa geografia industriale del nostro paese è destinata a cambiare, in un certo senso a desertificarsi, molto bruscamente, come anche il caso dell’Alcoa in Sardegna mostra. Effetto della crisi, certo, ed effetto della globalizzazione e della volatilità dei capitali, ma anche di una evidente obsolescenza di un certo genere di produzione. Lasciamo stare le automobili, su cui si rischia sempre la rissa. Si può dire in positivo: perché nel nostro paese nessuno, né i governi di destra né quelli di centrosinistra, né i sindacati né la Confindustria, hanno mai seriamente progettato un piano energetico nazionale basato sulle fonti rinnovabili, la cui produzione, installazione ed esportazione ha creato in Germania negli ultimi anni oltre 300 mila posti di lavoro, ossia quattro o cinque Fiat? Qui, come in altre industrie più adatte all’epoca della crisi climatica e della saturazione del territorio, potrebbero essere ricollocate le persone che nel frattempo avrebbero vissuto grazie a un reddito di cittadinanza che, come dice Gallino, permetterebbe loro perfino di scegliere che lavoro fare.

Ma nel numero di Carta che abbiamo dedicato alla crisi del lavoro [compresa la copertina con un San Travail gemello di San Precario e di San Papier] abbiamo fatto un’altra scoperta. Che attorno a molte fabbriche in crisi ci si ingegna a capire come continuare comunque la produzione, cambiarne le finalità e trovare nuovi mercati. Un po’ alla maniera della «fabbriche recuperate» nell’Argentina della crisi finanziaria. E’ il caso dei fabbricanti di scarpe di Tricase, nel Salento. Vogliamo parlarne?

Tags assegnati a questo articolo: crisi, lavoro, disoccupazione

Mail_long