Operai dell'Alcoa sotto botta

Gli operai dell'Alcoa in corteo a Roma sono stati manganellati dalla polizia, mentre governo, parti sociali e multinazionale discutevano del loro destino. La protesta continua e sono ancora in piazza, in attesa di risposte più concrete di quelle date finora.

«Come scritto nel comunicato della casa madre americana Alcoa Inc della scorsa notte, non c’è alcuna dichiarazione secondo cui Alcoa intende chiudere definitivamente i suoi impianti di produzione dell’alluminio [smelters] in Italia – ha detto l’amministratore delegato di Alcoa Italia, Giuseppe Toia, al termine dell’incontro di questa mattina al ministero dello sviluppo economico – Interruzioni temporanee degli impianti potrebbero determinarsi dopo un processo di consultazione che potrà durare fino alla seconda metà di dicembre. Se Alcoa potrà ottenere un contratto di fornitura di energia elettrica a prezzi competitivi, questa interruzione sarà immediatamente sospesa. Alcoa e il ministro Scajola stanno lavorando da alcuni giorni a questo processo e Alcoa vuole ringraziare il ministro per la sua guida e il suo impegno». La dichiarazione del responsabile in Italia della multinazionale dell’acciaio statunitense fa il paio con quelle del sottosegretario allo sviluppo economico, Stefano Saglia, che rispondendo questa mattina a un’interrogazione alla camera, ha detto: «Nell’ultima riunione, tenutasi il 20 novembre presso il ministero, i vertici di Alcoa, hanno ribadito che non vi è alcuna intenzione di voler chiudere definitivamente gli impianti di produzione di alluminio in Italia e, che proseguirà il processo di consultazione con le parti sociali».
L’Alcoa opera in cinque regioni italiane [Sardegna, Veneto, Lazio, Trentino Alto Adige, Emilia Romagna] con sei stabilimenti per la produzione di alluminio primario, trasformazione ed realizzazione di prodotti finiti in alluminio ad alto contenuto tecnologico. «Il settore metallurgico, così come quello siderurgico – ha detto ancora Saglia – ha subìto grandi trasformazioni a livello mondiale a seguito della fusione di alcune grandi realtà storiche, il che, inevitabilmente, ha cambiato lo scenario globale. Anche in Italia, le aziende operanti di tali settori hanno dovuto confrontarsi con queste novità, oltre a dover fronteggiare, contemporaneamente, la crisi economica intervenuta in questi anni». Per questo, oltre a rivendicare primariamente il diritto a mantenere i posti di lavoro, alcuni esponenti delle parti sociali chiedono anche di sapere qual è la strategia del governo per il futuro e qual è il destino di territori già pesantemente colpiti dalla crisi, non solo dell’industria.
Preoccupazioni e drammi che esplodono quotidianamente in ogni parte d’Italia, al di là di quelle portate alla ribalta dai media. E che, nel caso dell’Alcoa, hanno un elemento aggiuntivo di «tensione» fra aree industriali e territori: «il solito assistenzialismo al sud» è il motivo per cui i lavoratori e i sindacati dello stabilimento veneto di Fusina attaccano il governo, colpevole secondo loro di puntare tutte le energie sul sito sardo di Portovesme e abbandonare quello di Marghera. Tutte difficoltà, vertenze e richieste portate oggi a Roma, dove oltre duemila fra lavoratori e amministratori arrivati dalla Sardegna hanno sfilato in corteo da piazza Repubblica fino a piazza Barberini, davanti al ministero dello sviluppo economico. Sotto al ministero sono confluiti anche i lavoratori arrivati dall’Acoa di Marghera, dove sono tuttora. E non sono mancati momenti di tensione con le forze dell’ordine, che hanno usato i manganelli e mandato all’ospedale un delegato sindacale di Portovesme colpito alla tempia, come hanno raccontato sindacalisti e lavoratori. E’ successo quando alcuni operai hanno tentato solo di avvicinarsi alla sede dell’ambasciata americana per protestare contro le scelte della multinazionale statunitense. La polizia aveva caricato gli operai dell’Acoa già il 18 novembre, in occasione di un’altra manifestazione a Roma, documentata da un video. «Non bisogna toccare gli operai, sono persone arrivate a manifestare in modo pacifico per difendere i posti di lavoro», ha detto il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani.

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