Per la prima volta nella storia della nostra cooperativa editoriale abbiamo deciso di aderire allo sciopero proclamato dalla Federazione nazionale della stampa italiana [Fnsi, il sindacato dei giornalisti]. Non abbiamo, noi ostinati sognatori, un padrone contro cui scioperare. E non ne sentiamo il bisogno. Siamo solidali, però, con i colleghi dei giornali, delle agenzie di stampa e dei portali web. Il contratto nazionale di lavoro giornalistico è scaduto da due anni e, come qualsiasi altro contratto collettivo, deve essere rinnovato e non peggiorato rispetto al contratto precedente. La battaglia è qui. La Federazione italiana editori giornali [Fieg, il padronato della stampa] è decisa stavolta a non perdere l’occasione per introdurre anche nella stampa tutte le forme di precarizzazione, sfruttamento e deprofessionalizzazione che il neoliberismo ci ha abituati a vedere all’opera negli altri settori produttivi. Questa è una buona ragione per scioperare.
La professione giornalistica è cambiata molto negli ultimi anni. E non in meglio. La diffusione delle tecnologie telematiche avrebbe potuto essere una grande opportunità per democratizzare l’accesso alle informazioni e la possibilità di comunicare. Non è stato così e anzi grazie al peculiare assetto della stampa italiana è stata uno strumento nelle mani delle aziende per aumentare la pressione sui lavoratori dei giornali. C’è stata, in questa vicenda, anche una certa miopia del sindacato, che solo tardivamente si è reso conto della necessità di includere nelle vertenze le decine di migliaia di precari, giovani, il vero futuro dell’informazione in questo paese. Le loro storie e le loro condizioni, di cui i “grandi” giornali non parlano, sono raccontate, per esempio, nel numero del settimanale che è ancora in edicola fino a venerdì 22.
Lo sciopero, sacrosanto, dovrebbe indurre tutta la categoria dei lavoratori dell’informazione [non solo giornalisti, ma anche i grafici, per esempio] a ripensare le proprie sorti e condizioni. Negli ultimi anni la categoria è stata complice di una trasformazione: la notizia è diventata una merce, da “trattare”, da “piazzare”, come un nuovo modello di scarpe o di automobile. Tardi ci si è resi conto, almeno nelle sfere alte e distratte, che la qualità di questa peculiare “merce” e il modo in cui viene “prodotta” incide sulla qualità civile e sociale del paese. Questo salto culturale è solo all’inizio.
La categoria è zavorrata sia anagraficamente [i giovani, cioè under 35, sono pochissimi tra i professionisti] sia culturalmente a un modello di informazione in gran parte superato. Lo dimostrano le vendite in continuo calo di tutti o quasi gli organi della carta stampata. La lotta per l’estensione delle tutele contrattuali, secondo noi, non può prescindere, per essere efficace, dall’affrontare le contraddizioni dell’accesso alla professione, dello sfruttamento diffuso, degli oligopoli pubblicitari e mediatici, dei rapporti con il potere politico ed economico, perfino della percezione sociale di una categoria che ha un’altissima opinione di sé, non confortata dall’opinione diffusa tra i cittadini a cui si dovrebbe rivolgere. Sciopero, dunque, di durata ed estensione senza pari. Ma sciopero per cominciare anche a pensare a che tipo di informazione vorremmo fare, anzi costruire, per e con i cittadini. Molto più di semplici clienti.
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