Le risposte alla proposta di Carta

Uno spazio altro
Cara Carta,
la vostra è un’irruzione utile. Trovo dal nostro modesto punto di vista, indispensabile qualsiasi proposta punti a creare uno spazio «altro» che accomuni le nuove soggettività nate in questi ultimi anni dalle macerie della rappresentanza politica, senza, che questo «altro» sia in contrapposizione a nessuno e a niente.
Francamente non so quanti vorranno spendersi su una proposta del genere, visto le conseguenze che potrebbe avere nelle vite di singole strutture molto dipendenti dagli apparati e perciò forse più «timidi».
Comunque ti diamo la nostra disponibilità e mi auguro che ci si possa incontrare presto per confrontarci e scambiarci idee.
Abrazos
Giuseppe de Marzo, associazione A Sud

Ricominciare dalla Costituzione
Caro Pierluigi Sullo,
siccome ti conosco e ti stimo mi viene il dubbio che alla proposta dell’«altra campagna» non creda neppure tu. Su cosa e perché dovremmo discutere? Con chi l’ho capito, da frequentatore assiduo di reti, movimenti, comitati so benissimo a chi ti riferisci quandi parli di società civile. Sono stato a Genova quando ne abbiamo prese tante, sono stato a Venaus quando ne abbiamo prese un po’ meno [ma politicamente quella volta gliele abbiamo date di santa ragione], tornerò a Vicenza quando sarà ora di prenderle di nuovo. Tra pacifisti, ambientalisti, difesa di beni comuni, reti per l’acqua pubblica, rifiuti zero, ecc. ci si parla in continuazione. Si fanno anche molte iniziative ma che ci dovremmo dire su questa campagna elettorale? Guardiamo in faccia la realtà: se negli anni ’70 nel giro di un mese fosse successo che la polizia ammazzasse dei ragazzi a destra e sinistra senza subire il minimo fastidio, che gli oppositori politici venissero seppelliti da valanghe di anni di carcere, come succede oggi a compagni di Genova, di Cosenza e a quanti altri, se qualche politico avesse messo mano ad alcune leggi solo per propri interessi pesonali, se la politica economica del paese fosse stata identica all’attuale continuo assalto alla diligenza per costruire megaopere inutili, non avremmo esitato a dire che era successo un «colpo di stato». Ebbene è successo, salvo che il passaggio è stato soltanto diluito nel tempo.
Chiamiamo le cose con i loro nomi: l’Italia non è più un paese libero nè democratico. Siamo un paese occupato da un magma occulto [ma neanche tanto] economico-mafioso, che mantiene per puro tornaconto personale un’intera classe politica che ha posto il proprio interesse di «casta», al di sopra di ogni rapporto con la realtà. Questa alleanza finanziaria controlla anche tutti i circuiti informativi quindi è dura per «il popolo» farsi un’idea di cio’ che accade.
E mo’? Davvero credi che di fronte all’aspettativa di nuove elezioni-farsa valga la pena parlare di programmi? Io lancerei un’altra proposta: il concetto-base che può tenere insieme ambientalisti, pacifisti, amici di Grillo, insorti campani vicentini e valsusini, è che la Costituzione italiana va difesa. Questa politica, con questa legge elettorale, mira a sottrarre il diritto del popolo a scegliersi i propri candidati, tanto è vero che cambierà la configurazione del parlamento ma, nonostante tutti i fallimenti di questi anni, vi vedremo sedute ancora una volta sempre le stesse facce.
Lanciamo una lista elettorale nazionale di questo genere «Tutti a casa – per la difesa della Costituzione» [beh per il nome vedi tu, il senso è quello]. Il programma dovrebbe essere di pochissimi punti:
1) i candidati di questa lista non daranno l’appoggio a nessun governo di alcun genere, voteranno esclusivamente a favore di singoli provvedimenti volti a sostituire gli attuali meccanismi di rappresentanza [reintroduzione della preferenza, per esempio] e ristabilire i principi costituzionali;
2) reintrodurre indipendenza nei sistemi di informazione nazionale [concedere immediatamente il Canale televisivo che spetta da 6 o 7 anni a un tale che non ce l’ha solo perché la frequenza la usa Berlusconi, per esempio];
3) fare una legge sul conflitto di interessi [che valga per tutti: per Berlusconi ma anche per tutti quei sindaci di pseudo-sinistra che cementificano o inceneriscono l’Italia per fare favori ai loro amici, per esempio].
Un’alleanza di questo genere, con solo pochi punti percentuali, potrebbe rendere «ingovernabile» il paese e quindi obbligare la «casta» almeno ad affrontare l’argomento.
Ho in mente una seconda proposta alternativa ancora più semplice: lanciamo una grande campagna per annullare la scheda [l’ideale sarebbe scheda bianca, ma «loro» hanno trovato il modo di votartela lo stesso]: una maggioranza parlamentare votata da meno del 50 per cento degli aventi diritto sarebbe un buon punto di partenza per la lotta di liberazione nazionale.
Chi se non i promotori della manifestazione del 20 ottobre potrebbe avanzare questa proposta?
Solo Beppe Grillo.
Ciao
Roberto Galantini

Mettersi in gioco
«Ci troviamo ora di fronte al fatto che domani è già oggi…» come diceva Martin Luther King, è per questo che ho accolto con felicità questo sforzo comune di molte donne ed uomini della società civile.
Diversamente da tanti fratelli e sorelle, avete riconosciuto l’urgenza del momento e sentito il bisogno di poderosi antidoti di «azione» per combattere questa malattia che è l’indifferenza mista all’impotenza che serpeggia nel paese e per questo voglio raccogliere l’invito a cercare il modo di «usare» questa campagna elettorale già iniziata con squilli di tromba e tamburi che suonano a guerra.
Io sono un giovane formatore alla Nonviolenza e come parte di quella marea che è stato il movimento contro la guerra del 2002, condivido con voi questo senso di profonda pre-occupazione che esprimete nel testo.
Come avviare il processo condiviso per costruire uno spazio comune e aperto dove praticare e proporre forme autentiche di democrazia?
Lasciando liberi degli spazi seppur precari in cui si possano attivare comunic-azioni diffuse e insorgenti, spazi e luoghi fisici in cui persone, reti, movimenti si [ri]trovino per
parlare, conoscersi, sperimentarsi magari diversi e tra diversi,con in comune la persuasione che la catastrofe è già oggi, siamo noi stessi, abitanti di questa Terra, la catastrofe. Con la distruzione e il furto dei beni preziosi offerti dal pianeta, con la militarizzazione delle città e la costruzione di confini tra “noi” e “gli altri”, con la ricerca della competizione come stile di vita consustanziale alle varie forme materiali di felicità come il consumismo di massa, ci siamo resi cooperanti con il male. È adesso che se non scegliamo l’azione saremo certamente trascinati indietro lungo i corridoi oscuri e ignominiosi del tempo, riservati a coloro che hanno potere senza compassione, forza
senza moralità, e vigore senza lungimiranza.
A Firenze stiamo cercando di avviare quello che chiamo contagio
creativo, promuovendo nelle prossimi giorni un semplice incontro fatto e costruito da persone come voi e me in carne e ed ossa.
Accoglieremo chiunque lo vorrà a provare a riappropriarsi del proprio «poter fare» rispetto la comunità allargata. Ci scambieremo idee,critiche e proposte che l’Appello ha fatto emergere tra la gente, invitando tutte/i a mettersi in gioco e ad ascoltarsi. Quel che succederà poi lo vedremo.
Così l’albero cadendo ha sparso i suoi semi e in ogni angolo del mondo nasceranno foreste.
Marco Sodi

Ciò che unisce sono le «buone pratiche»
Caro Sullo
la tua proposta per un’altra campagna è l’occasione buona di «strumentalizzare il momento per pensare l’altro da questo», come dice Mario Tronti su il manifesto di domenica 10 febbraio.
A patto però che si parta dalla realtà. E Tronti, nell’articolo citato, ci aiuta molto in questo.
Sostiene che la frammentazione politica è causata dalla frammentazione sociale.
E che il lavoro non è più un universo ma un pluriverso. Ne consegue che la politica è «troppo intrisa» e «condizionata» dalla società e che il partito della sinistra dovrebbe mettere «il valore del lavoro al centro dell’agenda politica». Tronti sostiene che la crisi della politica «prima ancora che di carattere morale, è di carattere culturale» e che un partito della sinistra forte [cosa necessaria e vitale] «deve dare il suo contributo in positivo, con lezioni di costume, creatività organizzativa, profondità culturale, autorevolezza propositiva».
La descrizione del mondo che fa Tronti è perfettamente condivisibile mentre la sua proposta risente di quel vecchio che facendo sempre a meno del reale vuole imporre con la forza della ragione il giusto che è possibile rintracciare solo nella testa e nella cultura alta del proponente.
D’altra parte la paura dell’antipolitica ha sempre costretto il politologo sensibile, onde arginare quello che a lui appare inevitabilmente come caos dilagante, a immaginare e costruire, possibilmente a tavolino e in discussioni accalorate con se stesso, buone e risolutive politiche.
Ma, nonostante ciò, l’antipolitica molto probabilmente è e sarà la nuova politica.
L’antipolitica, quella che non si impone né con la forza delle armi, né con la forza egemonica di un pensiero, è già, infatti, la pratica giornaliera di milioni di uomini.
È, l’antipolitica, quella che fa a meno degli strumenti della politica. Che fa a meno del partito ma che sa fare a meno anche delle elezioni e dello Stato.
Come è possibile per noi che, anche grazie a Carta, conosciamo gli innumerevoli tentativi di resistenza del locale e la loro capacità di affermare nuovi rapporti fra gli uomini, nuove pratiche di democrazia, non riconoscerlo, non vederlo?
Come è possibile pensare ad un’altra campagna «la quale consisterebbe nel fatto che tutti, nella loro diversità, concordano su un testo, un ‘programma’, che disegni la società e la democrazia che vorremmo; e che tutti si impegnino a diffonderlo e a discuterlo in giro per l’Italia?». Come si fa a ignorare che sono i testi che disegnano la democrazia a dividere i soggetti mentre sono solo le buone pratiche ad unificarli. Che, se vogliamo «coniugare diversità anziché aggregare omogeneità», come ci insegna Marco Revelli, dovremmo smetterla di formulare o ricercare generali a cui tutti sottomettersi e «accontentarci» di soggetti e di territori, che nella loro autonomia [libertà] scoprono finalmente la non contraddittorietà fra l’essere diversi e il tessere rapporti via via sempre più stretti.
Forse varrebbe la pena di ripartire dall’inizio. Da quelle che sono le condizioni materiali del nostro vivere.
Dici che la società civile ha nei confronti della politica e delle elezioni una «relazione ambivalente. Per un verso non ne sopporta più linguaggi, discipline e finalità. Per l’altro verso ne dipende, come se quello fosse l’esclusivo ambito da cui ci si può aspettare, prima o poi un qualche cambiamento». È vero la società civile dipende dalla politica ma per il semplice motivo che si è delegato ad essa il potere della decisione. Si è delegato ad essa la possibilità di gestire l’enorme surplus creato dal lavoro che è rinchiuso nei forzieri dello Stato e che utilizza non per favorire il cambiamento, che per ovvi motivi sancirebbe la sua fine, ma per stabilizzare e conservare l’esistente. Proviamo, per un momento, a pensare un mondo in cui lo Stato cessa di essere l’unico luogo della raccolta del surplus. Che fine farà, in questo caso la sovranità? La politica? Lo stesso Stato? Non entreranno in una irreversibile crisi? Non è quello che sta ora accadendo?
E proviamo a immaginare che la forma di produzione dominante non assorba più lavoro ma ne liberi sempre più, esattamente come la rivoluzione agraria del settecento liberò la mano d’opera a cui l’industria nascente voracemente attinse. Se la situazione fosse questa non si spiegherebbe egregiamente l’attuale crisi del lavoro? E se è così, perché allora non cogliere l’opportunità non solo di liberare il lavoro ma anche di liberarci dal lavoro?
Forse il nostro modo di contribuire alla realizzazione di un mondo altro è più semplice del solito filosofeggiare l’un contro l’altro armati. Consiste nel suggerire alle varie comunità locali tutti i modi possibili della resistenza che si misurano e valutano non nel loro reciproco scontrarsi ma nelle pratiche reali che innescano consentendo o no di sfuggire ai micidiali e fatali tentativi di sussunzione perpetuati dalla globalità. Questi molteplici modi passano attraverso la realizzazione di un’altra economia, informale, che sfugge allo scambio, al denaro e allo Stato. E che quindi cambia realmente e profondamente le relazioni fra gli uomini. E passano attraverso la realizzazione di una rete strettissima e fittissima di molteplici relazioni fra infinite e diversificate esperienze.
Forse ampliando questo accennato sentiero vivremo realmente, fin d’ora, in un mondo parallelo e altrettanto vero e possibile di quello in cui vive ancora la maggioranza degli uomini.
Saluti
Giuseppe Laino

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