La parola semplice

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Un anno fa, il subcomandante Marcos scrisse un messaggio in risposta a una “lettera” che avevo scritto su Carta [in quel messaggio il “sup” mi ribattezzò “Pedro Luis”, e sembra che questo debba restare il mio “nome zapatista”. Cito questo episodio, perché il tema della mia “lettera” [la consueta rubrica che scrivo su Carta settimanale] era l’urgenza di capire come atteggiarsi di fronte a una stagione elettorale pressante e anche importante, come quella in cui siamo ormai immersi in Italia, in vista della possibile e auspicabile cacciata di Berlusconi da Palazzo Chigi.

E’ la questione attorno alla quale noi, e molti di quelli che dal primo Porto Alegre e da Genova 2001 ricavarono la sensazione che fosse possibile un altro genere di movimento sociale, con un’altra cultura e per un diverso tipo di cambiamento, ci arrovelliamo da quando la partita politico-sociale italiana sembra essere tornata sul tavolo da gioco della politica-politica, delle alleanze tra partiti e dei rispettivi pesi elettorali. Con una punta di disperazione, registriamo che i “contenitori”, i “posizionamenti” politici, i “leader” e insomma tutto l’armamentario a cui il sistema uninominale, e le competizioni elettorali ridotte a marketing, ci hanno ormai abituato, prevalgono nettamente sui “contenuti”. Ossia, su quale sia un’idea possibile di paese che faccia un passo oltre l’evidente fallimento del mercato, della competizione internazionale, delle privatizzazioni, della riduzione delle tasse per “stimolare la crescita” e del sistema in voga per il governo del mondo, la guerra: in una parola, oltre il neoliberismo. Questo problema se lo pongono anche forze politiche di sinistra importanti ma minoritarie, che oggi tentano la carta delle elezioni primarie per accrescere il loro peso nell’alleanza di centrosinistra. La pace, il rifiuto della generale precarizzazione del lavoro e della vita sociale, lo svuotamento della cittadinanza dal punto di vista sociale e della possibilità di influire sulle scelte della politica, tutto questo è invece preoccupazione maggioritaria tra i cittadini.

Come uscire da questo imbuto? Come possono i movimenti sociali determinare cambiamenti sostanziali, creando una nuova democrazia dal basso e anche appoggiando parti politiche meno impermeabili? Ecco la domanda che mi ponevo in quella “lettera” [indirizzata al subcomandante più come pretesto che con la reale speranza di ottenere una risposta, che invece ci fu, perfino con il rimprovero “hai scritto una lettera che non mi hai mandato, e che è arrivata fin nella selva in fotocopia”. E’ la stessa domanda che ha spinto Carta, un po’ avventurosamente, a gettarsi nell’avventura del “cantiere per il futuro”, insieme a molti altri, nella speranza di poter influire, proponendo le soluzioni del movimento ai problemi della società, sulla scrittura del programma dell’Unione [sebbene con la sensazione fastidiosa che il programma sia già stato scritto dai nuovi e vecchi potentati economici, dai mercati internazionali e dal Pentagono].

Questa lunga premessa serve a dire quanto ci interessi la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, che la Jornada di Città del Messico sta pubblicando in questi giorni [e che ritroverete puntualmente in questo sito, in italiano, grazie al lavoro di Annamaria Pontoglio e del Comitati Chiapas “Maribel” di Bergamo, che traducono a gran velocità]. Perché dopo l’"allarme rosso" della scorsa settimana, dopo la lettera di Marcos alla società civile nazionale e internazionale [che abbiamo integralmente pubblicato, insieme a un prezioso articolo che Luis Hernández Navarro ha scritto per Carta, nel numero del settimanale che esce lunedì prossimo], dopo gli annunci che dicevano “diventeremo un’altra cosa”, gli zapatisti stanno producendo una nuova proposta che, come ha detto Immanuel Wallerstein in una bella intervista al manifesto, “avrà ripercussioni” in Messico e in tutto il mondo.

Il Messico è a un anno da importanti elezioni presidenziali. Vicente Fox, il presidente della destra, ha fallito: la situazione sociale del paese è drammatica. Ma i partiti che si contendono il potere, ha scritto Marcos subito prima dell’"allarme rosso", non sono in grado di uscire dalla corruzione, dall’inefficienza e dalla subordinazione agli Stati uniti e ai poteri transnazionali del liberismo. E allora? In un altro luogo, con altri protagonisti, è la domanda che ci poniamo anche noi da tempo.

La pubblicazione della Sesta Dichiarazione è in corso. E’ una “parola semplice”, si legge nel primo capitolo. Suggeriamo di leggerla con attenzione. Per nostro conto, ci disponiamo a dedicare a questo la parte monografica del secondo numero del nuovo mensile di Carta [si chiama Carta Etc. e il primo numero, che si occupa delle “città senza abitanti” del neoliberismo, è in edicola da venerdì primo luglio], alla fine del mese di luglio. Le risposte le troviamo sempre nella nostra esperienza, dicono giustamente gli zapatisti. Ma un suggerimento aiuta.

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