Gaza, 17 maggio

Questo è il racconto inviato da una cooperante italiana.

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Anche questa notte è passata tra sparatorie e attacchi violenti tra Hamas e Fatah. Gli attacchi sono mirati sugli uomini della sicurezza preventiva, andati a prendere direttamente a casa. Sono mirati alle strutture, ministeri, agenzie, dell’una e dell’altra parte, campi di addestramento militare e tutto ciò a cui è possibile sparare per distruggere.
Sono oltre 40 le vittime di questa assurda battaglia. La gente è chiusa in casa da 5 giorni, i negozi sono serrati e nessuno si azzarda ad andare presso i pochi posti di lavoro, perché cecchini e checkpoint lo impediscono. Anche se arrivano non sanno poi se possono far ritorno. Ieri per metà della giornata decine di giornalisti palestinesi, di tutte le agenzie stampa, gli unici presenti che cercano di coprire gli eventi, sono stati assediati e bersagliati all’interno dei loro edifici, dove ha sede anche la Tv Palestine.

Si puo’ sicuramente dire che ormai il livello di conflitto è alto e l’idea che presto Gaza possa diventare permanentemente terra di conflitto tra famiglie e signori della guerra, non è distante. Purtroppo si vuole che anche Gaza diventi una ennesima Somalia, è un piano studiato da lungo tempo.
Lo dimostra il fatto che nessuno della comunità internazionale ha risposto alle centinaia di appelli della società civile palestinese, che chiedeva protezione, fine dell’occupazione, apertura delle frontiere, fine dell’embargo. È stato un anno e mezzo, dopo la vittoria delle elezioni democratiche di hamas, nel quale un intero popolo ha dovuto pagare pesantemente per questa scelta. Un anno e mezzo chiusi dentro la prigione di Gaza, con le frontiere chiuse, senza possibilità di intraprendere nessuna attività economica, senza possibilità di lavorare, di percepire uno stipendio, senza ricevere e commerciare i loro prodotti e addirittura con il blocco totale dei maledetti aiuti umanitari, che da sempre tengono soggiogati e ricattato questo popolo di rifugiati.
La dolorosa situazione economica, ha decisamente contribuito alla rottura delle strutture sociali. Legge e ordine sono saltati, le invasioni e i bombardamenti israeliani poi, hanno accresciuto la disperazione tra i residenti di Gaza, colpevoli, per la maggior parte di loro, di vivere dentro questa Striscia.

L’Autorità palestinese, sotto questo embargo economico internazionale non è stata in grado di dare risposte alle richieste della popolazione. Si è creato un forte disagio, la povertà è all’80 per cento la disoccupazione al 40. Non solo ma il 40 per cento della popolazione giovanile sta scappando da questa terra [e questo è l’obbiettivo raggiunto dagli israeliani]. In questa situazione la gente si è ripiegata sulla famiglia e sulle tribù di appartenenza [la famiglia intesa nella sua forza anche militare]. Qui più è grande la famiglia, più c’è potere. Ma la cosa più incredibile è che durante questo pesante embargo sono riuscite ad entrare ingenti quantità di armi che sono state messe in mano a tutti. Forse se questo governo avesse potuto lavorare senza boicotaggio, le forze coinvolte del paese avrebbero trovato anche compromessi interni. Invece l’idea di accerchiarli e di stroncarli sia economicamente che fisicamente, li ha sicuramente incattiviti.
Oggi la situazione è di non ritorno. Le fazioni, sia quella di Fatah, che quella di Hamas, si sono preparate secondo i piani delle organizzazioni che da sempre rappresentano, per arrivare allo scontro finale.

Fatah [Harakat al-Tahrir al-falastinya, Palestinian Liberation movement] che significa “Conquista”, nato con Arafat negli anni ‘50, ha da sempre promosso la lotta armata per la liberazione della palestina dal controllo israeliano, per poi arrivare agli accordi di Oslo, con il riconoscimento di Israele ad esistere e la necessità di avere uno stato indipendente. Dopo le elezioni del 2006, con la vittoria di Hamas, il Fatah all’opposizione, ha comunque mantenuto il controllo e l’influenza del potere militare. Sono circa 70.000 le forze di sicurezza fedeli a Fatah.

Hamas, [Harakat a-Muqawama al islamya, movimento della resistenza islamica], che significa “zelo”, “entusiasmo”, nasce nel ‘87 come ramo palestinese dei Fratelli musulmani. Ha da sempre avuto la doppia funzione, sociale e di resistenza. Ha vinto le elezioni nel gennaio del 2006 ma la vittoria non è stata riconosciuta da buona parte della comunità internazionale. L’ala armata di Hamas conta circa 6000 uomini nelle forze di sicurezza ma vuole controllare tutto l’esercito nazionale, sicurezza preventiva compresa, che tutt’ora rimane in mano al presidente Abu Mazen.
A marzo, in seguito ai cosiddetti “accordi della Mecca”, si è formato il “Governo Unito”. Le due parti avrebbero dovuto lavorare insieme ma gli armati, fedeli alle due fazioni, hanno iniziato la dura battaglia per le strade.
La società civile ieri ha tentato di scendere in strada per fermare gli scontri; gente disperata ma ancora cosciente che tutto questo non serva alla causa palestinese e al suo popolo. Questa mattina Gaza si è risvegliata in fretta, pescatori e lavoratori hanno ripreso il ritmo approffittando della fragile tregua, in attesa del rientro del Presidente.
“I problemi–dicono–non sono finiti ma una speranza vogliamo ancora averla”. La zona ora è sorvolata anche dagli aerei israeliani. Una forte quantità di missili è caduta su Sderot [colonia al confine], e gli israeliani devono decidere che altro fare di questa Gaza!

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