Domenica si vota, in Francia, per il primo turno delle elezioni presidenziali.A questo tema è dedicata la copertina del settimanale, e nel sito offriamo le pagine sulla Francia tradotte in francese, una sorta di edizione estera di Carta. Abbiamo cercato, attraverso le nostre relazioni laggiù, di capire meglio come mai il paese che in Europa ha in un certo senso dato il via alla contestazione della globalizzazione liberista, nell’ultimo decennio del secolo scorso e creato fenomeni come l’associazione Attac, prodotto il no nel referendum sul Trattato [liberista] costituzionale europeo, o l’ondata del movimento contro il Cpe, il contratto [precario] di primo impiego, o perfino l’incendio delle banliueues, il paese dei contadini della Confédération paysanne e nel quale il dibattito sulle alternative al “pensiero unico” era diventato – o così pareva – senso comune, si sia ridotto a scegliere, domenica prossima, come abbiamo scritto nella copertina del settimanale, tra “due centri, una destra e sette sinistre”. Dove i due centri sarebbero il centrista ufficiale Bayrou e la post-socialista Royal, la destra quella in cui si ammucchiano il razzista Le Pen e il “duro” Sarkozy, e le sette sinistre sono le schegge di quel che avrebbe voluto essere la candidatura unica, e promossa dal basso in accordo con le organizzazioni politiche nazionali, del campo altermondialista, o antiliberista, o, come dicono in Francia, “la sinistra della sinistra”.
C’è da riflettere. E noi lo abbiamo fatto in particolare insieme a Miguel Benasayag, filosofo e psicanalista franco-argentino autore di un libro straordinario come “Resistere è creare”, e con Isabelle Sommier, che è tra i promotori de “L’autre campagne”, di cui anche il manifesto ha parlato e che è un tentativo onesto e intelligente, e sostanzialmente fallito, di proporre temi e proposte sulla società francese in una campagna elettorale in cui sembrano contare solo le “petites phrases”, le battute, dei candidati maggiori. Lo scenario che Benasayag e Sommier dipingono, per le pagine di Carta, è catastrofico. Le organizzazioni politiche della sinistra, comunisti, trotskisti e Verdi, hanno alla fine deciso di presentare propri candidati perché, in quel contesto, è il solo modo per “esistere”, a costo di valere ciascuno percentuali quasi umilianti. Lo stesso ha fatto, fallito il processo che avrebbe dovuto condurre alla candidatura unitaria, José Bové. Attac è assente, dopo un paio d’anni di guerre elettorali intestine degne del Psdi ai tempi di Tanassi [per chi se lo ricorda]. Le grandi associazioni sono rimaste orfane, qualcuna tentata dalla ribalta dei media come principale obiettivo della sua azione, e altre onestamente ripiegate nel loro lavoro specifico, si tratti di sans-papiers o di Aids. Mentre il paese, come dice Benasayag, è dominato dalla paura, ovvero ha già scelto, o dovuto scegliere: “Il sistema Sarkozy è già in atto: una società poliziesca, della disciplina, sotto sorveglianza”. Perciò il candidato della destra “perbene” può proporre un “ministero dell’identità nazionale”, e Royal fa eco, proponendo ai francesi di cantare la Marsigliese e di esporre la bandiera nazionale.
Questo, almeno, è il punto di vista dei nostri interlocutori. Forse sarà meno nera di così, ma è una buona lezione, nel momento in cui noi discutiamo di crisi della democrazia rappresentativa [su Carta c’è in proposito un articolo di Paul Ginsborg] e appunto sul rapporto tra società civile, o movimenti sociali, e sistema politico. C’è una legge che dice: se c’è qualcosa che può andar male, così andrà. Meglio prevenire.





