Dubbi afgani

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Se è permesso esprimere un’opinione sulle contestazioni subite dal presidente della camera, Bertinotti, lunedì mattina all’università di Roma, ripeterei quel che–secondo le cronache–ha detto lo stesso Bertinotti: la contestazione fa parte del mestiere della politica, se avviene in forme civili è meglio. Dunque, cercherei di sdrammatizzare l’evento e suggerirei di concentrarsi sul tema in oggetto. Mentre quella mattina gli studenti del Coordinamento dei collettivi accoglievano a quel modo Bertinotti, in un’altra parte di Roma analisti e cooperanti, pacifisti e giornalisti, si sono riuniti per chiedersi, in un lavoro che proseguirà [e Carta, nel suo piccolo, sta preparando un numero del suo supplemento mensile, in uscita a metà aprile], per chiedersi come uscire dal vortice della guerra che, in Afghanistan, risucchia la società civile, le diverse fazioni armate e i contingenti degli Stati uniti e della Nato. Tutti sappiamo che è solo questione di giorni, perché si debba raccontare una vera battaglia tra i soldati italiani e gli insorti talebani.

Al senato si gioca martedì al Risiko della politica, che ha per oggetto la sopravvivenza del governo Prodi, e nel voto la situazione vera in Afghanistan entrerà ben poco: con gli uni [il centrosinistra nelle sue diverse facce] impegnato a raccontare quel che i “nostri” fanno laggiù come una “missione di pace”; e gli altri [il centrodestra nelle sue diverse facce] affannato nello spingere il nostro paese in guerra, come già in Iraq, ma in realtà più interessato a far cadere il governo. E intanto noi diciamo “via le truppe, subito”. Sì, ma come? A noi–pacifisti–interessa davvero, almeno a noi, che cosa è l’Afghanistan di oggi, come si può disinnescarvi la guerra [certo togliendo le truppe ma sostituendole con cosa, e in che tempi?] e cosa pensano gli interlocutori che possiamo trovare laggiù, i giornalisti indipendenti vittime del tiro incrociato di ogni possibile armato o le associazioni delle donne?

Questo è il tema del dibattito. E trattare Bertinotti come un nemico non aiuta a fare grandi passi avanti. Non so se davvero qualcuno gli abbia dato dell’"assassino": fosse così, chi l’ha fatto riporta la guerra tra di noi. Tutta la storia della sinistra è imbevuta di questo stile bellico, della ricerca del nemico, e sarebbe ora di finirla.
Viceversa, appunto, la contestazione è nell’ordine naturale delle cose, per chiunque abbia un ruolo pubblico, che è prima di tutto una responsabilità nei confronti dei cittadini. I quali–anche quegli studenti romani–hanno tutto il diritto di esercitare il loro dissenso. E il coro di politici di ogni colore che subito si è alzato per deprecare, condannare e giudicare farebbe bene a tacere. Così come Rifondazione non dovrebbe assumere questo episodio come un’offesa, per altro enormemente amplificata dai media: semmai, come qualcosa su cui riflettere.

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