Mi verrebbe da scrivere: “A’ Riccà, che stai a dì?”. Già, con Riccardo Barenghi ho avuto una lunghissima familiarità: lui era il caporedattore del manifesto quando io ne ero vicedirettore [direttore era Luigi Pintor]. Poi le nostre strade si sono separate. Lui ha fatto carriera. Prima è diventato direttore del manifesto, poi inviato o editorialista della Stampa, dove si esercita–in virtù di quel peccato d’origine diventato una virtù–come esperto di sinistre ed estreme sinistre. L’articolo, anzi l’"analisi", che ha scritto sul giornale torinese venerdì 23 rischia però di rovinargli il mercato. In un’intera paginata si elencano circostanze sul nascente Partito democratico, sull’annusamento reciproco tra Rifondazione e sinistra dei Ds e, in ultimo, si racconta di come potrebbe nascere “un altro partitino comunista, più radicale che mai”, il quale si presenterebbe alle europee del 2009. Barenghi profetizza perfino quanti voti prenderebbe questo “partito massimalista”: “1-2 per cento [se gli va bene]”. E chi starebbe “pensando, forse facendolo”, questo partitino? “I trotskisti del dissidente Turigliatto e del suo compagno Cannavò, magari insieme al sindacalista Cremaschi e all’intellettuale Revelli, e ai dieci, cento movimenti sparpagliati in giro per l’Italia”.
Questo è lo scoop. Un po’ vecchiotto, visto che una decina di giorni prima il Correre della Sera, in modo più cauto, aveva scritto la stessa cosa, ottenendo in cambio una lettera seccata di Marco Revelli [che, poveretto, un’altra lettera ha dovuto spedire alla Stampa]. Il fatto è che i giornalisti si confermano a vicenda. La famosa questione delle “fonti” viene in generale risolta ripetendo la balla che ha scritto un altro giornale, che così diventa “vera”. E non c’è verso di fargli cambiare rotta, perché i giornalisti, che grosso modo sanno scrivere, hanno molto spesso disimparato a leggere. E se scrivono di qualcuno non si informano, non fanno la fatica di imparare qualcosa, gli basta ripetere “quel che si dice in giro” [tra i giornalisti e tra i politici che partecipano a questo gioco da tavolo], premettendo al massimo i “ci sarebbe”, i “magari”, i “forse” e i “poco ci manca” che Barenghi ha disseminato nella sua “analisi” come si fa col parmigiano sui maccheroni. Se una cosa la si ripete, “magari” diventa vera, per lo meno nella chiacchiera infinita tra Montecitorio e i bar tutto intorno.
Se Barenghi si fosse informato, avrebbe scoperto che Marco Revelli, prima sul manifesto e poi molto estesamente su Carta [nella lettera a Fausto Bertinotti], critica sì la separatezza, l’uso di mezzi non appropriati ai fini e altri problemi di Rifondazione e della sinistra radicale dentro al governo e alla maggioranza, ma da un punto di vista opposto a quello che l’estrema sinistra ha adottato. E’ il punto di vista della nonviolenza, del rifiuto della forma-partito e della rappresentanza “oligarchica”.
Insomma molto si può dire sul lavoro di Revelli, tranne che lo conduca a co-fondare “un altro partitino comunista”. E Barenghi dovrebbe saperlo meglio di altri, perché quand’era direttore del manifesto e uscì “Oltre il Novecento”, libro fondamentale nella ricerca di Revelli, il “quotidiano comunista” pubblicò una lunga serie di stroncature delle tesi di quel libro [uscì un solo articolo favorevole: il mio], fino al punto che ci fu chi lo accusò di “revisionismo storico”. E la ragione di tanto accanimento era appunto la difesa della tradizione comunista da una critica a fondo, com’era quella del libro, ai partiti e partitini comunisti e ai disastri che hanno combinato nel secolo scorso. Barenghi non sa cosa ha fatto Barenghi: si vede che nella sua seconda vita ha rimosso la prima.
Ma c’è dell’altro. Per eccesso di zelo, forse, chissà, si direbbe, magari, Barenghi aggiunge, alla pattuglia che fonderebbe quest’altro partitino comunista, “i dieci, cento movimenti sparpagliati in giro per l’Italia”. E questo è davvero inquietante. E’ così che l’allora direttore del manifesto ha inteso Genova 2001 e tutto quel che ne è seguito? I movimenti come variabili dipendenti da una corrente trotskista di Rifondazione e di una parte più radicale della Fiom [con il tutto il rispetto, naturalmente]? L’idea che nella società possa nascere qualcosa di nuovo, o di autonomo dalla politica, che è in fondo quel che è sempre successo, dalla Rivoluzione francese a quel Sessantotto da cui è nato anche il manifesto, non lo ha mai sfiorato? Anche qui vale, speriamo, la regola per cui la seconda vita ha omesso la prima. E in ogni modo, consiglierei a Riccardo di abbandonare solo per qualche giorno il circuito politico-politico romano in cui sfrecciano le Formula Uno dell’"informazione" auto-comprovata, e di fare un giro–che so–tra Borgone e Condove [Val di Susa] o al presidio vicentino al Dal Molin: potrebbe ascoltare le parole di quei cittadini, constatare quanto lontano siano da qualunque “partitino comunista” [perché accanto alla gente di sinistra ci sono cattolici e ragazzi dei centri sociali, persone qualunque e pensionati, ecc.], e forse perfino potrebbe fiutare un odore non conosciuto. Che è comunque meglio che tritare la solita roba nel solito modo.
Se Riccardo vuole, ce lo accompagno io: il 30 e 31 vado in Val di Susa per un dibattito e per una marcia dalla Val Sangone alla Val di Susa. E sì, perché da quando il suo giornale, La Stampa, si è inventata la “linea alternativa” della Tav, che dovrebbe passare dalla Val Sangone perché sembra che lì i sindaci non si oppongano, la gente ha cominciato a insorgere. E certo non per aderire al “partitino”.





