La decisione

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Nella giornata di ieri, l’orientamento generale sembrava portare il governo italiano a negare l’autorizzazione agli Stati uniti di costruire una base militare nell’aeroporto Dal Molin. Nelle ultime ore, è successo che parte del governo ha preso posizione a favore della base, sotto la pressione dell’amministrazione Usa.
Così, abbiamo assistito a un’escalation di dichiarazioni: innanzitutto il ministro degli interni Giuliano Amato, seguito da quello della giustizia Clemente Mastella, delle infrastrutture Antonio Di Pietro e degli affari europei Emma Bonino. Tutti quanti hanno giurato fedeltà a Gorge W. Bush, esortando Prodi a “non tradire gli impegni presi”. Pareva che si riproponesse lo scontro tra la “sinistra radicale” e i “riformisti”, insomma, e gran parte dei media nazionali profetizzavano il sì del governo.

Ma c’è un di più questa volta. Esiste un patrimonio prezioso che fa la differenza. Stiamo parlando della netta presa di posizione contro la base dei cittadini, che sta mettendo in imbarazzo Romano Prodi. Così, il presidente del consiglio ha prima fatto capire che i tempi della decisione non sarebbero stati brevi come quelli ordinati dall’ambasciatore statunitense Ronald P. Spogli (che aveva chiesto, ostentando la sicumera di un bounty killer degli spaghetti western, una decisione entro il 19 gennaio: venerdì prossimo).
Qualche ora dopo, Prodi ha comunicato che nei prossimi giorni il governo avrebbe prso una decisione. “C’è un solo modo per rinviare la decisione vera e propria–spiegano dalla camera interpretando i segnali che arrivano da palazzo Chigi–Bisogna indire un referendum”. E così, la maggioranza cercherà di evitare la che la scelta finale arrivi in concomitanza con il voto di rifinanziamento della missione militare in Afghanistan, atteso nelle prossime settimane. Il governo immagina di far decantare la questione del Dal Molin attraverso lo svolgimento di una consultazione cittadina. Ma sappiamo bene, ce lo dicono i sondaggi e le mobilitazioni che si svolgono quasi quotidianamente a Vicenza, che la stragrande maggioranza dei vicentini non vuole la base statunitense all’aeroporto Dal Molin.

Nella giornata di oggi da Teheran hanno fatto sapere di aver abbattuto un aereo-spia statunitense che stava cercando di controllare il territorio iraniano. Domenica scorsa, il giornale del Kuwait Arab Times ha sostenuto che gli Stati Uniti potrebbero lanciare un attacco militare contro l’Iran nell’aprile di quest’anno. Anche per questo, Vicenza non è un motivo di schermaglie tra centrodestra e centrosinistra, o tra i partiti della maggioranza: è un granello di sabbia nell’ ingranaggio di quella macchina di morte che si chiama guerra infinita. Anche per questo, la lotta del Dal Molin (in queste ore a Vicenza si tiene una manifestazione permanente) sta contaminando anche altri luoghi. Dopodomani all’aeroporto dell’aeronautica militare di Cameri, nei pressi di Novara, ci sarà il primo volo del “convertiplano’ Bell/Agusta BA609”, un aereo da guerra micidiale. Ci sarà anche Romano Prodi, e il Tavolo provinciale contro gli F-35 protesterà davanti ai cancelli dell’aeroporto. In una lettera aperta, i pacifisti novaresi chiedono al presidente del consiglio di non firmare l’accordo intergovernativo che prevede l’acquisto, dal parte dell’Italia, di 131 cacciabombardieri, per un costo stimato in 20 miliardi. L’esperienza vicentina, spiegano i novaresi, potrebbe essere “declinabile a situazioni simili all’ampliamento del Dal Molin, come la riconversione dell’aeroporto di Cameri e altre emergenze che coinvolgono il territorio e i suoi beni, materiali e immateriali”.

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