Pieve Emanuele è una cittadina di 17 mila abitanti nel sud della provincia di Milano, fin dalla Liberazione era governata dalla sinistra e negli ultimi anni era diventata famosa per essere una delle prime città in Italia ad aver introdotto il bilancio partecipativo [«Pieve Alegre»] ed altre forme di partecipazione dei cittadini. Infatti l’assessore che aveva dato inizio a tutto questo, Salvatore Amura, è il coordinatore nazionale della Rete del Nuovo Municipio. Il gonfalone del comune era nelle strade di Genova nei giorni del G8. Ora Pieve Emanuele sarà governata dalla destra: nuovo sindaco è un antico boss democristiano che negli anni ottanta diede impulso al saccheggio del territorio. Come è potuto accadere? Significa che bilancio partecipativo e nuovo municipio sono giocattoli inutili e transitori?
La vicenda elettorale di Pieve Emanuele è invece il paradigma di quel che passa sotto il nome di «crisi della politica». Succede ad un certo punto, quando si tratta di scegliere il candidato sindaco, che il centrosinistra si spacchi. Da una parte, Ds e Margherita, insomma il «partito democratico». Che, essendo più forte della «sinistra radicale», propone come candidato un giovane diessino, il quale non rinnega affatto le esperienze di democrazia partecipativa. Ma, dall’altra parte, Rifondazione decide di mostrare i muscoli. Così, presenta un suo candidato. La divisione presenta alla fine un conto molto salato: il candidato di Rifondazione arriva al 10 per cento [meno 7 per cento di quanto il partito aveva ottenuto in passato], quello «democratico» arriva al 39 e spiccioli. E la destra vince con ottanta voti di scarto. Insieme, il centrosinistra avrebbe certamente vinto al primo turno.
Dice Salvatore: «L’altroieri i nostri uffici al comune erano pieni di gente, cittadini arrabbiati che se la prendevano con noi». Arrabbiati perché il gioco della concorrenza elettorale, centrosinistra contro «più di sinistra», è oramai incomprensibile, a persone che hanno partecipato alle assemblee, consultazioni, decisioni di un bilancio partecipativo, ciò che suscita identificazione con i propri luoghi. E’ la differenza tra la politica degli schieramenti e l’altra politica, quella delle comunità, in cui le antiche «appartenenze» ideologiche passano in secondo o terzo piano, mentre dominante diventa la cura di sé come abitanti, come cittadini: ciò che si persegue con altri metodi della decisione. In una parola, la cattiva politica ha, a Pieve Emanuele, ferito a morte la buona politica.
Ora i partiti della «sinistra radicale» in cerca di unificazione rivendicano di aver perso queste elezioni molto meno dei «democratici». E citano gli esempi di Gorizia e di Taranto, dove il candidato «più a sinistra» ha scavalcato quello «democratico». Sarebbe utile notare però che in ambedue i casi quei candidati erano persone il cui profilo non si ricava dalla «militanza» in un partito, ma dall’essere simbolicamente la faccia della società civile: un prete nel primo caso, un medico nel secondo. Certo in molti luoghi liste e candidati «oltre» i partiti non hanno avuto successo, ma in altri sì, in un andamento che rispecchia la qualità di reti ed organizzazioni sociali. In altri casi ancora, come a Vicenza, è stata un’astensione record a segnalare la forza del movimento cittadino. Forse, ai tradizionali modi di guardare al voto, dalla «questione settentrionale» alla strana storia di un Partito democratico non ancora nato e già in crisi, andrebbe aggiunto quest’altro punto di vista, quello dei cittadini che tentano di far da sé.





