Il fallimento dei Cpt

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Mentre scriviamo queste righe, i componenti della commissioni ispettiva sui Cpt voluta dal ministro dell’interno Giuliano Amato e presieduta dall’ambasciatore Onu Steffen De Mistura sono in riunione per decidere del rapporto finale. Il viaggio della commissione attraverso i quattordici Centri di detenzione per migranti italiani è cominciato lo scorso 18 luglio, da Lampedusa, e si è concluso il 9 novembre a Cassibile, in provincia di Siracusa.
Nell’arco di questi cento giorni, i membri della commissione hanno rigorosamente rispettato la “consegna del silenzio” che era stata stabilita. E hanno suscitato spesso le proteste dei movimenti e delle associazioni antirazziste, che hanno contestato l’impianto generale della commissione: per bocca del ministro dell’interno, l’oggetto dell’indagine non era l’esistenza stessa di strutture detentive per uomini e donne che non hanno commesso alcun reato, bensì la verifica delle “condizioni di detenzione” all’interno dei Cpt.

In alcune occasioni il presidente De Mistura ha elogiato la gestione dei Centri. è accaduto per esempio al Cpt di Bari San Paolo il 19 settembre, quando De Mistura ha affermato con soddisfazione che il Cpt è “una struttura molto moderna che farebbe senza dubbio invidia a molti paesi europei”. E non è un caso che, alla fine della visite della commissione, hanno cominciato a circolare liste di Cpt “promossi” e “bocciati”. Tuttavia\, come confermano le indiscrezioni pubblicate oggi su alcuni quotidiani, la commissione presieduta da De Mistura non ha potuto fare a meno di notare l’assurdità del meccanismo più generale che tiene in piedi queste strutture.
“Se i Cpt fossero aziende sarebbero falliti da un pezzo”, è sbottato nelle settimane scorse un altro membro della commissione: si trattava del prefetto Pasquale Piscitelli, direttore centrale della polizia di frontiera, uno che pure dovrebbe difendere d’ufficio l’operato e le scelte del ministero dell’interno. Le affermazioni di un alto dirigente come Piscitelli non si riferiscono solo al trattamento subito dai migranti o alla pessima gestione dei Cpt [tutti aspetti su cui c’è un’ampia casistica, di cui anche la commissione ha preso atto] ma al fatto che è apparso evidente ancora una volta che i Centri di detenzione non svolgono il ruolo che gli è stato attribuito dalla legge: non servono a identificare le persone che vi vengono rinchiuse, tantomeno rimpatriarle .

Ogni espulsione da un Cpt costa allo stato circa 35 mila euro. Ma circa l’80 per cento delle persone che vengono espulse dall’Italia non passano dai Cpt. Il restante 20 per cento, che corrisponde a circa 10 mila persone, passano da questi luoghi. La commissione ha appurato che si tratta per la stragrande maggioranza di ex detenuti [tutta gente di cui già si conosce l’identità e che non c’è nessun bisogno di rinchiudere ancora dietro le sbarre] o di sedicenti cittadini rumeni. Ciò avviene perchè la Romania è uno dei pochi paesi ada avere stipulato accordi di rimpatrio con l’Italia. I componenti della commissione faranno notare nel loro rapporto che dal 2007 la Romania è entrata a far parte dell’Unione europea, e quindi che questo serbatoio di uomini e donne che contribuiva in maniera determinante a giustificare l’esistenza dei Cpt scomparirà.

C’è poi la questione spinosa dei giudici di pace, cui era stato affidato il compito di convalidare la detenzione dei migranti dopo che la corte suprema aveva sollevato l’incostituzionalità della detenzione amministrativa nei Cpt. La commissione ha appurato che i giudici di pace non firmano mai le convalide del trattenimento sulla base della valutazione del merito [la “clandestinità” del migrante]. Semplicemente essi controllano gli aspetti procedurali, verificano che che ci siano le carte richieste e le firme necessarie. Nella bozza di riforma della legge Bossi-Fini preparata dal ministero dell’interno, la competenza sulle espulsioni e i trattenimenti dei migranti dovrebbe tornare ai giudici ordinari. Intanto, nei Centri di prima accoglienza di Crotone e Caltanissetta, questa detenzione illegittima si protrae: uomini e donne aspettano dietro le sbarre anche quattro mesi prima di presentare richiesta di asilo politico.
È arrivato, insomma, il momento della “spallata finale” ai Centri di detenzione per migranti? Non lo sappiamo, forse lo capiremo nei prossimi giorni. Di certo, in questo contesto, la manifestazione nazionale di Bologna contro i Cpt del prossimo 3 marzo assume un’importanza ancora più marcata. Sarà il momento di ricordare al governo che tutto ciò che la commissione ha verificato, i movimenti lo denunciavano da anni.

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