Di chi è il petrolio?

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Ci sono voluti alcune centinaia di morti perché i “grandi” giornali italiani, e i telegiornali, facessero entrare la Nigeria nel racconto del sequestro dei quattro tecnici dell’Agip rapiti lo scorso 7 dicembre.
L’esplosione dell’oleodotto alla periferia di Lagos, con le immagini di corpi carbonizzati, ha superato la reticenza dei mezzi di comunicazione che, salvo poche eccezioni [il manifesto, soprattutto] hanno continuato a parlare del sequestro compiuto dai guerriglieri del Movimento di emancipazione del Delta del Niger senza dare le minime coordinate, geografiche e politiche, per interpretare i fatti. Anche così, tuttavia, anche dopo i 270 [forse fino a 500, secondo alcune fonti] morti di Lagos, rimane una certa pelosa reticenza a unire i puntini. Nessuno quindi si azzarda a fare il nome dell’Eni in connessione con l’esplosione di Lagos. La ragione ovvia è che l’oleodotto “bucato” non è della multinazionale italiana. Quella meno ovvia è che, in effetti, le scene di disperazione e povertà che accompagnano la voce dei cronisti, per esempio, del Tg1 mal si accordano con l’immagine della compagnia petrolifera italiana, con l’Eni’s way che ogni anno fa guadagnare milioni di euro di pubblicità ai principali mezzi di comunicazione italiani.

Passa così la linea del governo nigeriano e delle compagnie petrolifere: 270 [o forse 500] persone sono morte mentre tentavano di “rubare” il petrolio. Rubare vuol dire appropriarsi di qualcosa altrui. Il petrolio, quindi, non è dei nigeriani. Di chi è, allora? Del governo nigeriano, forse, delle compagnie petrolifere, di certo. Quasi il 90 per cento dei due milioni e passa di barili che ogni giorno vengono estratti in Nigeria finisce all’estero. I nigeriani importano la benzina e la pagano quasi come gli italiani. Anzi, in proporzione molto di più, visto che il reddito medio non è nemmeno lontanamente comparabile.

Alla domanda “di chi è il petrolio?” i ribelli del Mend danno una risposta molto diversa. Il petrolio, dicono, è innanzi tutto di chi vive nelle regioni dove sono concentrati i giacimenti. Sono quelle comunità, quei popoli, ogoni, ijaw, igbo che dal 1956, anno della scoperta del greggio in Nigeria, pagano un conto salatissimo all’industria petrolifera. Le giunte militari che hanno governato la Nigeria per gran parte della sua vita come stato indipendente, hanno via via sottratto il controllo dei pozzi ai cittadini delle regioni del Delta del Niger, con la complicità attiva delle compagnie petrolifere, ben liete di poter avere concessioni con licenza d’inquinare impunemente. I proventi dell’export petrolifero sono serviti ad alimentare corruzione, spese militari e a mantenere fedele allo stato federale un’elite politica quasi tutta estranea alla regione del Delta. La gestione rapace delle risorse petrolifere è uno dei motivi per cui l’80 per cento dei circa centoventi milioni di nigeriani vive sotto la soglia di povertà.

Il Mend, come altri movimenti sociali, armati e non, nei decenni passati, ha scelto le armi per riconquistare il controllo dei pozzi di petrolio e della dignità. Non è detto che sia una scelta lungimirante o efficace o giusta. Ma sembra, a chi l’ha compiuta, una scelta migliore dell’elemosina di qualche litro di petrolio da un oleodotto bucato.

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