Discorso sulle città

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Lunedì pomeriggio, com’è annunciato qui sotto, si terrà a Roma un incontro secondo noi piuttosto interessante e a cui invitiamo i lettori e i compagni di Roma. Si intitola “La questione romana” e lo abbiamo battezzato “Discorso pubblico sulla città e il suo governo”. Già in queste parole c’è il senso della cosa: esiste una “questione” che ha a che fare con la capitale e che, come la sua antenata [ai tempi dell’unità d’Italia] interessa tutto il paese; secondo, per svolgere la “questione” è necessario riprenda un “discorso pubblico”, un confronto in cui società civile e analisti, eletti e osservatori depongano le loro conclusioni e idee tenendo al contempo le orecchie aperte. Il fatto poi che la cosa sia promossa da Cantieri sociali [l’associazione “cartista” che sta rinascendo in forme nuove], da Riva sinistra [rete che vuole portare nella costruzione della Sinistra europea il punto di vista della “città di sotto”, con l’aiuto dei Municipi XI e X [il cui presidente è Sandro Medici], gli stessi con cui convocammo qualche anno fa il Cantiere del Nuovo Municipio [culla della omonima Rete], bene, tutto questo dice che l’equipaggio è ben insediato in città. In più, ci possiamo giovare delle conoscenze di urbanisti e altri “esperti” [come, a modo suo, Ascanio Celestini], specie di quelli che hanno scritto sul numero del mensile di Carta che fa da spunto a questo incontro [e a quelli che seguiranno in “periferia”, nei Municipi, più vicini ai cittadini concreti]: anche qui, che il nostro mensile sia servito, modestamente, a riaprire a Roma un “discorso pubblico” è talmente incoraggiante, che cose simili [un mensile, un cantiere…] stiamo progettando in altre grandi città o regioni, come la Lombardia, Napoli e Torino, all’inizio del prossimo anno.

Ma qual è la “questione” di Roma? E’ che i partiti, la politica, sono–per l’ennesima volta–strabici, o miopi. Non vedono quanto della partita sociale, o della partita economica, e di quella democratica, si giochi non “a livello nazionale”, ma appunto nelle grandi città e in generale sul territorio, Dove calano, o meglio precipitano, i grandi interessi del liberismo all’italiana e di quello globale. Per dirla in modo semplice: il capitale investe, alla ricerca di “valorizzazione”, il territorio, la città, i servizi pubblici. Le forme che questa invasione assume sono le grandi opere [necessarie solo, come ammettono i liberisti meno bugiardi, a “far girare il denaro”, specialmente quello pubblico verso le tasche private], la “liberalizzazione” dei servizi pubblici [e il disegno di legge Lanzillotta in proposito è ancora un collegato alla Finanziaria, e al senato si arriverà a uno scontro con la sinistra radicale, almeno speriamo], l’uso speculativo e finanziario delle città. Le quali–come ben spiega Bruno Amoroso in un articolo dedicato appunto a Roma che andrà, come ulteriore tassello del dibattito, nel prossimo numero del mensile–vengono quotate in un mercato globale del turismo, dell’intrattenimento, dei nodi in grado di governare flussi di informazione, ecc. Tutti e tre questi fenomeni–ormai il grosso degli investimenti, insieme alle telecomunicazioni e al petrolio–hanno a che fare con il territorio, di cui le grandi città costituiscono i centri nevralgici.
Per cui la domanda che si pone a Roma, e per esempio anche a Torino, è se è tutto oro quel che luccica [come le Olimpiadi invernali o la Festa del cinema], oppure se per caso questo non comporti, o per lo meno non tenga sufficientemente in conto, la condizione effettiva dei cittadini, il modo in cui essi abitano, si muovono, lavorano e impiegano il loro tempo libero, interloquiscono [o interferiscono] nei governi cittadini.

Noi propenderemmo a dire che l’abitare è diventato uno sport estremo, in una città come Roma o, per altri versi, Milano [Napoli è un altro problema ancora, si intuisce, benché anche lì il “rinascimento napoletano” del primo Bassolino scommettesse sul turismo, la cui variante moderna, come è noto, comporta flussi di denaro che entrano e subito volano via, perché dipendono dalle grandi centrali internazionali di questo genere di mercato, e alla città non resta nulla: ma questa è una ipotesi che verificheremo].
Viceversa, una trama molto vasta di associazionismo, gruppi di cittadini, movimenti, studiosi–con maggiore o minore capacità di lettura della città, a Roma è ottima–stanno elaborando proposte per una città del tutto diversa, in cui l’aumento del traffico non sia giudicato [come fa Chiamparino] un indicatore di benessere economico, l’aumento del prezzo delle case non sia spacciato per migliore qualità della città e l’invasione di turisti usa-e-getta [usata e gettata è la città ma lo sono anche i turisti] non divenga il vanto di un Pil cittadino gonfio d’orgoglio e di scontrini fiscali non emessi. Magari non si riuscirà a invertire il corso innaturale delle cose, ma continuare a provarci può diventare uno stile di vita, diciamo così. Sempre meglio che essere convinti di vivere in uno spot pubblicitario. Perciò lunedì, ore 16, all’Alpheus, non faremo uno stanco dibattito politico, ma una interessante chiacchierata tra cittadini romani. Almeno speriamo.

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