Banditi

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Ci sono voluti quattro morti perché finalmente anche sulla stampa italiana “ufficiale” si scoprisse che nel Delta del fiume Niger, il cuore petrolifero della Nigeria, le cose non vanno come dovrebbero. Non è esattamente una novità.
Nella scorsa legislatura, ci sono state molte interrogazioni parlamentari a proposito della politica della multinazionale petrolifera italiana Eni in Nigeria. Il governo Berlusconi si è limitato a copiare i comunicati stampa dell’Eni. L’azienda ha sempre negato che nel Delta ci fosse un’emergenza e si è sempre limitata a qualificare come “banditi” quelli che in realtà [e in modi piuttosto originali] sono guerriglieri.
Non è ovviamente solo una questione di termini. Banditi implica che a gestire la partita sia la polizia nigeriana, peraltro una delle più corrotte del mondo. Guerriglieri, invece, implica un problema politico. È di questo che stiamo parlando. Il Delta del Niger è da almeno quattro decenni terreno di conquista delle multinazionali del petrolio. Shell, Esso ed Eni, soprattutto. I danni ambientali inflitti alle popolazioni locali non sono mai stati calcolati, ma basti dire che la presenza delle multinazionali risale a quando la Nigeria era saldamente in mano ai governi militari che ne hanno causato l’impoverimento.

All’inizio di novembre, Carta aveva segnalato che il dipartimento di stato degli Stati uniti aveva diramato un allarme. Le installazioni petrolifere sono a rischio, ha scritto la Casa bianca. I prossimi mesi–aggiungeva–verso le elezioni politiche nigeriane, previste ad aprile 2007, saranno carichi di tensione.
A compiere le azioni di sabotaggio armato delle installazioni delle multinazionali sono soprattutto, ma non solo, i guerriglieri del Movimento di emancipazione del Delta del Niger [Mend, nell’acronimo inglese]. Non è un’organizzazione guerrigliera nel senso classico del termine, ma più un ombrello che racchiude diverse sigle e diverse componenti. Una frammentazione “operativa” che riflette la complessità etnica e sociale della regione del Delta.
Il governo del presidente Olusegun Obasanjo, aveva tentato l’anno scorso, un timido tentativo di mediazione con i guerriglieri, le cui richieste sono semplici: fine del saccheggio indiscriminato del territorio; più equa ripartizione delle ricchezze petrolifere; fine della presenza militare. L’esercito nigeriano si è spesso distinto per la brutalità della repressione. Ad agosto, dopo che erano fallite le trattative a causa della debolezza del governo rispetto alle multinazionali [che non vogliono cedere nulla] l’esercito ha lanciato una serie di operazioni di “rastrellamento”. Decine di civili sono stati uccisi e interi villaggi sospettati di aiutare i guerriglieri sono stati rasi al suolo.

Il Mend, diceva il rapporto della Casa bianca, è diventato militarmente più efficace. L’attacco di ieri lo dimostra ancora una volta. Negli ultimi mesi le esportazioni di greggio dalla Nigeria [che è l’ottavo produttore mondiale, il primo in Africa] sono state tagliate di circa un quarto. Le multinazionali [e quindi il governo di Obasanjo] sono in difficoltà. L’affare è stato fiutato dalle compagnie militari private [Pmc] che hanno già da mesi offerto i propri servizi ai colossi del petrolio, che si fidano poco della polizia e dell’esercito nigeriano. È un ulteriore motivo di tensione nel Delta: i mercenari, se possibile, sono ancora più odiati dei soldati.
L’Eni, peraltro, ha puntato sulla Nigeria anche per gli investimenti in gas naturale, quello che dovrebbe arrivare in Italia nei terminali di rigassificazione. A volte, bisogna girare pagina per capirne di più: poco dopo gli articoli sui “banditi” del Delta del Niger, sulla Repubblica, c’è una pubblicità. Una macchina procede tranquilla lungo una strada che si perde all’orizzonte. Montagne di fronte, deserto sulla destra. Un distributore di benzina e il marchio con il cane a sei zampe ci dicono che quella strada arriva fino Port Harcourt.

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