Che noia, doversi occupare di nuovo di sceneggiate fasulle esibite a favore di telecamere e macchine fotografiche, e di sdegni stantii e ipocriti da parte di chi i ragazzi italiani in divisa li ha mandati a morire [se li ritiriamo dall’Iraq è perché era una spedizione sbagliata, o no?]. Che sfinimento. Bruciare fantocci e bandiere è uno sport d’élite, come il polo, e le manifestazioni “anti-imperialiste” ne sono la cornice accogliente, lo scopo è ottenere i grandi titoli che i media liberisti con entusiasmo offrono, e i titoli servono allo scopo di vincere la guerra – tutta “d’immagine” – con la manifestazione contrapposta, che infatti scompare dalla scena, come se non fosse esistita. Nella memoria di guardatori di telegiornali e di parole grosse [i titoli, appunto], ossia la grande maggioranza dei distratti cittadini che corrono qui e là nelle città intasate e si affogano di tv la sera, resterà solo l’impressione che essere contro la guerra significa mettere in scena la guerra, imitare scioccamente quel che si è visto [in tv, va da sé] delle manifestazioni anti-americane e anti-israeliane nei paesi arabi [mai venuto in mente che anche in quel caso i circuiti globali della comunicazione selezionano le immagini?] e gridare slogan al sangue come una bisteccona fiorentina, però andata a male. La farsa è un circolo chiuso: comincia e finisce nella politica politicante, dentro i palazzi o nel selciato davanti ai loro portoni.
Però. Come mai all’epoca delle gigantesche manifestazioni che cercavano di evitare l’inizio della guerra in Iraq [che Bush ha perso, ora lo dice anche Henry Kissinger, Carta lo disse, sul serio, nel momento in cui i marines entravano a Baghdad] tutto questo non accadeva? Se qualcuno avesse interesse a chiedere a noialtri – che non contiamo niente, non possediamo pacchi di tessere e non abbiamo gruppi parlamentari – perché non abbiamo aderito alla manifestazione di Milano, sabato scorso, e tanto meno a quella di Roma, la risposta [la mia per lo meno] sarebbe: per noia. Oh, certo quasi tutto quel che si chiedeva a Milano era giusto, e anche un certo furore per il tiro a segno che gli israeliani stanno facendo nei Territori occupati è giustificato. Ma nel momento in cui il movimento per la pace, o quanto meno la sua parte emersa [essendo il resto, quello che sta sotto il pelo dell’acqua, la principale e più viva], si scinde tra chi dà la sensazione di voler sostenere il governo, e infatti al corteo milanese hanno aderito D’Alema e Rutelli, e chi invece vuole raccogliere truppe contro il governo, in quello stesso momento il pacifismo, la Palestina, l’Iraq e l’Afghanistan, le spese militari [record prodiano, come abbiamo documentato per primi] e le basi che infestano il nostro paese non c’entrano più gran che. Si sta svolgendo piuttosto l’antico gioco di sinistra che consiste nel contare i propri separandoli dagli altri. Tra il 2002 e il 2004 si era invece creata un’altra chimica, che comprendeva sì anche le concorrenze tra partiti e organizzazioni, ma le rendeva secondarie, perché per qualche misterioso motivo il piccolo cerchio dei soliti noti veniva invaso, e travolto, non da truppe, ma da persone, famiglie, gruppi che con la “militanza” e la “politica” non hanno molto a che fare, anzi non vogliono avere a che fare. Era il grande surplus che trasformava lo stanco rito della manifestazione in una espressione corale di volontà di pace. Semplicemente questo: la pace, fuori dalla guerra. La “linea politica” più rivoluzionaria possibile.
Lo ha detto bene, come ho letto sulla Repubblica, Andrea Alzetta del Corto circuito [che gli amici chiamano Tarzan], centro sociale romano che non ha bruciato fantocci: ma perché dobbiamo per forza schierarci per uno dei due contendenti? Ossia per la pace a mano armata [sebbene con il casco blu in testa] con cui i governi occidentali si illudono di andare oltre una provvisoria tregua in Libano e non riescono nemmeno ad avvicinarsi a una proposta seria per la Palestina, o per i disperati che indossano candelotti di dinamite per raggiungere il paradiso dei martiri o massacrano i loro vicini di casa perché sono sciiti [o, reciprocamente, sono sunniti]? Già, perché?





