Il bel numero speciale di Carta Etc. dedicato a Roma, alla «questione romana», è tutto da leggere, denso denso. Per CartaQui, i suoi collaboratori e lettori, è anche una conferma della validità dell’intuizione iniziale che ha determinato questa nostra esperienza, irrobustisce il senso del lavoro svolto in un anno, stimola a fare di più e meglio.
Molte delle cose che nello speciale di Carta Etc. sono dette costituiscono da tempo la «materia» di indagine di CartaQui, magari non con lo stesso spessore di analisi o con l’autorevolezza che viene dal ruolo: il cannibalismo di Roma verso la sua regione, il lato oscuro di una crescita nella produzione di ricchezza individuabile nella estesa precarizzazione del lavoro che pure a quella ricchezza è dedicato, l’invadenza prepotente di soggetti e attività legati alla globalizzazione che ricavano enormi vantaggi dalla lievitazione del «valore» di Roma ma non pagano alcuno o pochissimo pegno, lo scollamento tra il centro e le sue sempre più estese e abitate e sconquassate periferie – che è uno scollamento umano, antropologico e che sempre più si vive con fastidio da entrambe le parti –, il dominio del mattone come unico volano significativo di economia reale mentre cresce il bisogno abitativo, la stabilizzzione di sacche di esclusione e povertà – che sarà pure un dato fisiologico come dice l’ultimo premio Nobel per l’economia [sic!] ma, insomma, non è che sia proprio un pensiero che vola alto. Ecco, negli interventi di Medici, Tocci, Smeriglio, Caudo, Berdini, Lodoli ritroviamo inchieste e articoli che CartaQui ha fatto. Asciugati, per così dire, da quella congerie di informazioni che appartengono al nostro giornalismo e restituiti alla essenzialità delle loro tracce politiche, storiche, amministrative.
Con il «supplemento » – e non è un’aggiunta di poco conto – di proposte, di cose che si potrebbero e dovrebbero fare. Così, a esempio, ci sentiamo «a casa» nell’accentuazione che Medici fa della necessità di liberare il centro politico-amministrativo da alcuni poteri decisionali affidandoli ai Municipi che possono ottemperarli meglio e anche avvicinarli ai cittadini, così da rendere più diretta la democrazia: è un proposito di lavoro che abbiamo, questo di seguire la crescita «politica» delle municipalità.
Ho lasciato volutamente per ultimo l’intervento di maggior «peso» in questo Speciale Roma, quello del sindaco Veltroni. Un intervento «fiero» dei risultati senza mai spocchia, e teso a mostrare il lungo percorso che ha portato la città sin qui, dove nulla è occasionale o ci è stato regalato ma è frutto delle fatiche e del travaglio di forti individualità, di fette consistenti di società, delle dinamiche della politica che sono pure il sale del nostro vivere in comune. E così il richiamo al convegno voluto da don di Liegro nel ’74 come quello alla figura di Petroselli non suonano solo un doveroso omaggio ma restituiscono il senso storico di questo percorso. Quello che ha portato Le Monde e Financial Times – dice il sindaco – a parlare di «nuovo rinascimento di Roma». Il lettore mi perdonerà se a questo punto parlo d’altro.
«Verso un rinascimento napoletano» era il titolo di un libro pubblicato nel 1996 da Liguori editore. Le Monde si sperticava in lodi per la svolta nel governo della città. L’ambasciata di Francia proponeva e organizzava tour per i cittadini francesi: sotto il Vesuvio si poteva girare tranquillamente, e fu il periodo che anche la città di sotto, quella scavata pericolosamente nei secoli nel tufo e nel ventre di Napoli, veniva visitata in massa. Nel 1994 Napoli ospita a luglio il G7, ed è un successo internazionale, e a novembre la Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla criminalità organizzata [quella in cui a Berlusconi, che la coordinava, viene recapitato un avviso di garanzia dalla Procura di Milano]. Poi ci sono i concerti di Capodanno nella piazza del Plebiscito rimessa a nuovo e che non ce la fa più a contenere la fiumana di popolo e di turisti che arrivano da ogni dove e che ha fatto a spintoni per comprare un pastorello a San Gregorio Armeno, tanta è la ressa; a Plebiscito ogni anno espongono le loro opere artisti come Mimmo Paladino con i suoi cavalli e la montagna di sale o Rebecca Horn con i teschi di bronzo disseminati nel selciato a ricordare «e capuzzelle ‘e muerte». Ci fu un «movimento» di intellettuali in tutti i campi, nel teatro, nel cinema – cito Martone, Corsicato, Servillo. Si aprivano librerie con sovvenzioni pubbliche, si stampavano fogli con sovvenzioni pubbliche [Antonella Cilento, che inaugura il primo laboratorio meridionale di scrittura, scriverà più tardi, a proposito di questa «ondata culturale» un malinconico e durissimo pamphlet: NON È IL PARADISO]. L’avvocato Marotta che dirige il prestigiosissimo Istituto di Studi filosofici compie il gesto forse più emblematico: riapre il portone di palazzo Serra di Cassano chiuso dal 1789, dalla rivoluzione repubblicana soffocata nel sangue, interpretando il monito della famiglia che lo aveva sprangato finché non fosse giunta un’era di vera democrazia e cambiamento. E scusate se è poco.
Bassolino, il sindaco che «incarna» questo rinascimento non è uomo venuto dal nulla, e anche questo rinascimento non è venuto dal nulla: Napoli ha avuto il primo sindaco comunista, Maurizio Valenzi, nel 1975, dopo il colera, dopo un ciclo di lotte straordinarie, ed è una svolta, un segnale per tutta l’Italia [Novelli è sindaco di Torino lo stesso anno, Giulio Carlo Argan viene eletto sindaco di Roma nel 1976]. La giunta programma interventi nei quartieri del centro storico e nelle periferie degradate, delibera una variante del Piano regolatore che include l’area industriale dismessa di Bagnoli che dovrà diventare Parco tecnologico, Città della scienza e Polo universitario. Poi piano piano qualcosa scivola su un piano inclinato: l’entusiasmo della cultura va scemando, la camorra sfregia di nuovo la città con la guerra di Scampia. Delle quattro società quotate in Borsa – Banco di Napoli, Risanamento, Avir e Sme – non rimane più traccia nei listini; grandi e medie banche locali sono controllate da azionisti estranei al tessuto locale degli interessi; il Banco di Napoli è nelle mani dell’Istituto S. Paolo di Torino e condividono una sorte simile la Banca Popolare, la Sannitica e le banche della Provincia, acquistate dalle Casse di risparmio dell’Italia centrale; lo stesso vale per i quotidiani, la cui proprietà si è allontanata dal controllo dei gruppi locali. Bassolino è eletto governatore della regione con un plebiscito, ma qualcosa di grottesco incarta le ultime iniziative: la proposta di Bagnoli – dove quasi tutto è rimasto bloccato – come sede della Coppa America [verrà preferita Valencia] e il corso finanziato dall’Unione europea per 97 aspiranti-veline [un flop, peraltro].
Fino a questi giorni. Una città di nuovo martoriata e vilipesa, dipinta come emblema del male, di un impossibile riscatto. Già solo che qualcuno avanzi il proposito di mandarci l’esercito – come nella Palermo assediata dalla mafia – sembra riportare indietro l’orologio delle cose. Bassolino dice che se si è sbagliato bisogna capire dove, per Roberto De Simone «si è fatto leva soltanto sull’effimero senza mettere a punto un progetto culturale di lunga scadenza ». L’avvocato Marotta dichiara di essersi pentito di avere aperto quel portone anche una volta sola. Suona strano, nel ripercorrere questi anni, che nessuno ricordi la ferita più grande: la «mattanza» di una manifestazione di movimento con una partecipazione soprattutto di giovanissimi che restarono imbrigliati come tonni in una «camera della morte » preparata maniacalmente e che accadde poco prima di Genova 2001. Di quelle testimonianze ricordo soprattutto una cosa detta da quegli adolescenti: che molti non sarebbero mai più scesi in piazza. Uno scempio, forse il primo vero «strappo» fra la coscienza di una città in movimento e il suo governo. Roma non è Napoli, lo so bene, e i «rinascimenti» sono solo belle immagini giornalistiche [anche per Palermo si parlò di una stagione di primavera e di rinascimento]. Come dice Veltroni, citando Calvino, «ogni città ha un suo ‘programma’ e i suoi dei»: chi ha a cuore l’Italia ha sperato, in questi anni, che il ‘programma’ di Napoli non fosse una violenza endemica e inestirpabile e i suoi ‘dei’ non fossero i camorristi. Roma non è Napoli: non abbiamo la camorra, e la criminalità organizzata [con la collusione di pezzi dello Stato] è solo un brutto ricordo, vicino, ma un ricordo, anzi già un romanzo e un film. Pure, nel pezzo di Lodoli si parla di periferie che somigliano all’enorme hinterland napoletano, di abbandoni scolastici, di cocaina che gira come fossero figurine, di canzoni e cantanti della «guapparia». Si parla di un pericolo enorme, di un veleno che gira già nel sangue. Basterebbe anche solo una volta vedere le «invasioni barbariche» del sabato sera [«a Roma», a Campo dei Fiori, a piazza Navona, si arriva dalle periferie, non è come a Napoli dove «i Quartieri», Forcella, la Sanità sono il centro storico] per avere la percezione che «qualcosa» stia accadendo. Le lame scattano spesso, e sempre per «futili motivi». Io credo che sarebbe una buona cosa se Roma si interrogasse su Napoli.
Sulla improvvisa solitudine di quella città. Roma è una città «debole»: non ha il cuore economico internazionale della City di Londra, non ha il «centro» decisionale che ha Parigi, non ha la forza «simbolica» di Berlino. I suoi flussi turistici, la crescita del suo Pil, il suo dinamismo culturale la rendono una città sempre più visitabile ma il suo «peso politico», nazionale e internazionale, non cambia di un grammo. Che aumenti quello di Veltroni, non lo produce per sillogismo.
Senza la proiezione nazionale e internazionale Roma rimarrà isolata. È a questo che bisognerebbe lavorare. Roma non può riprodursi, come fosse il modello di crescita «adriatico» o quello «del nordest ». Roma è unica. L’unico modo di trasformare in «peso», di sedimentare il laboratorio Roma è la via della politica, della «rete» fra città, dentro e fuori i confini nazionali: un modo nuovo di pensare la cittadinanza, la nazionalità, le relazioni fra stati e nazioni, a partire dal basso. Coinvolgendo tutte le competenze, i saperi, le capacità che si sono forgiate in questa città, in questi anni. Storicamente, è questo il ‘programma’ di Roma.
Per adesso io capisco questo: Roma, forse l’unica città italiana con questa continuità e intensità, ha avuto in tutti questi anni un forte movimento sociale, un fortissimo movimento che è riuscito a politicizzare, a trasformare in dinamica di confronto e scontro con l’amministrazione tutta una litania di carenze, di bisogni, di urgenze. Se si può dare atto all’amministrazione di una sensibilità, ci si aspetterebbe pure un reciproco gesto: la cosa più preziosa di questa città, di questo «ciclo» è proprio questo movimento, perché è una sedimentazione duratura di coscienze e di iniziative, di partecipazione, di attivismo. Non «fa» tutta una città, né può esserne l’unica voce. Ma è una cosa determinante. Forse non lo è per le statistiche Istat, ma per una democrazia attiva è determinante. Per il ‘programma’ di Roma è determinante.
Anche per il movimento Roma è un «laboratorio». Per quello che ne capiamo noi, di CartaQui, non sembra abbia alcuna intenzione di smettere.





